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Recensione di “Melting point”

Buongiorno amici, ieri sera ho terminato di leggere un libro di Baret Magarian.

Credo che il nome vi sia famigliare in quanto ho concluso il 2020 con il suo ultimo libro, “Le macchinazioni”.

Da quel momento, ho iniziato a instaurare un’amicizia virtuale con questo autore unico e così, tra una parola e l’altra, mi ha donato un altro suo libro e io mi ci sono addentrata piano piano.

Quando Melting point è arrivato a casa mi sono goduta la dedica e, nel leggere “Firenze” mi sono avvolta in un abbraccio immaginario con quella città che tanto amo perché l’autore, inglese e armeno, vive ora in questa città magnifica.

Sono stata ancora più felice quando mi sono imbattuta nel racconto Salvatore che è ambientato proprio in toscana.

È già, questo non è un romanzo bensì una fusione di dieci racconti scritti anni fa dall’autore.

Melting point racconta delle storie a sé stanti ma che si fondono, si uniscono, delineando il pensiero dell’autore, la sua personalità, i suoi valori, le sue riflessioni racchiudendo anche molte domande esistenziali e complesse.

Baret Magarian scrive della nostra società, della nostra politica, del nostro bisogno di omologazione, di accettazione sociale.

In ogni racconto, l’autore tratta una tematica specifica ma mai dichiarata: tempo, il senso di colpa, il bisogno d’apparire, l’apparenza e accettazione sociale legata al fisico, l’assenza di personalità e individualità, la politica egoista, il conformismo, la figura sminuita e sempre inferiore della donna, la mancanza spesso di sostegno, rispetto e tolleranza, l’amore che spesso non è amore.

In tutto questo, a volte l’autore spiega come secondo lui “dovrebbero andare” le cose: per esempio, nella tematica relativa all’amore, spiega come dovrebbe essere infinito, talmente forte da mettere prima il bene della persona amata rischiando anche di stare in disparte e l’accettazione a prescindere dall’aspetto fisico.

In alcuni racconti dove tratta la tematica della donna, delinea come i rischi di stupri siano sempre “in agguato”, per non parlare dell’accettazione di noi stesse affrontando anche le paure.

E le insicurezze? Quella paura di ammettere? Di vedere le cose per come sono veramente? 

Nel racconto “Meltdown” lui, senza etichettare, senza puntare il dito, senza essere esplicito e netto, parla di tutto questo e di come chi non tace, chi esprime sé stesso, chi non ha paura di uscire dal coro, sia spesso odiato, sminuito, additato come un giullare pur di non dover far i conti con noi stessi e uscire dalle nostre confort zone.

Baret Magarian, anche in questi racconti, è ironico, ambiguo, introspettivo, con un velo di humor.

La sua scrittura entra dentro, scivola nei pensieri e nelle emozioni e ti trovi a confrontarti con te stesso (o chiudi il libro perché la verità fa male).

Se sei audace, se sei onesto, prosegui e tutto poi si delinea.

Trovi la strada per pensare con la tua testa e questo credo sia un po’ lo scopo dell’autore.

Lui non dichiara verità, non sputa sentenze; ovviamente esprime il suo punto di vista, il suo pensiero, la sua filosofia ma lascia a ogni lettore la possibilità di crearsi la propria idea.

Allucinante però è che questi racconti siano stati pubblicati solo ora; racconti che sono stati scritti anni fa e che solo poco tempo addietro hanno trovato chi ne ha saputo apprezzare l’immensa bellezza e capacità ed è triste come siano attuali perché significa che abbiamo ancora molti passi avanti da fare.

Grazie Baret per aver condiviso con me queste tue parole e riflessioni.

Grazie a tutti voi per avermi letta.

Alla prossima recensione

La vostra Ele

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