Ciao a tutti. Ieri ho letto il mio primo libro di ricette. Si tratta di un volume che racchiude alcune ricette di cucina a cui sono abbinati degli scritti.
In seguito alla lettura, ho inviato delle domande all’autrice e ora ho il piacere di condividere con voi le sue risposte!
“Quando il cibo diventa poesia, nasce da un rapporto d’amicizia, per adesso virtuale.
Concetta Serva è una delle mie ammiratrici più fedeli. I miei scritti, non la lasciano indifferente, spesso li fa suoi, si commuove. E, tutto questo, ha commosso anche me al punto che, quando ho scoperto che anche lei è un’artista (si può esserlo in tanti modi, anche in cucina), le ho proposto un connubio: cibo e poesia che, la letteratura insegna, viaggiano in sintonia. Cibo e poesia come nutrimento uno del corpo e l’altro dell’anima.
Concetta Serva ha creato i piatti e tu come fai dato forma al libro?
Ho dato forma al libro, lavorando sulle bozze rendendo il lavoro omogeneo e comprensibile a tutti. Ogni pietanza è stata correlata da mie filastrocche o poesie.
Cosa significa per te cucinare?
La cucina è un’arte e, come tale, si presta a cambiamenti, innovazioni, varianti personali. In cucina, possono venir fuori delle vere invenzioni.
Personalmente, vedo il cibo come nutrimento. Mangio per vivere e non vivo per mangiare; tuttavia, non mi risparmio in cucina: amo cucinare per gli altri, accontentare i gusti di ognuno. Lo faccio con amore, al di là dei complimenti finali, quest’ultimi passano in second’ordine. Il viso soddisfatto dei miei commensali, mi ripara di ogni fatica.
Se ti piace cucinare, qual’è la tua ricetta preferita?
Ho tante ricette preferite. Dovendone scegliere una, sicuramente è un dolce natalizio, “i Turdilli”, perchè mi riportano all’infanzia, a mia nonna. Li preparo ogni anno, è tradizione per me; li ho ribattezzati aggiungendo il nome di mia nonna: “I turdilli di Minella”.
Hai provato tutte le ricette di Concetta Serva?
Le ricette di Concetta Serva, chef di professione,le ho provate. Sono gustose, semplici da preparare, economiche. Inoltre, cosa per me importantissima, le sono state tramandate dalla nonna. Profumano di casa, di ricordi, d’amore.
Cosa si può celare dietro il cucinare?
Esperienza, passione, segreti, alchimia.
Hai altri progetti letterari all’attimo?
Si, ho terminato un manoscritto tratto da storia vera. Un libro storico ma anche una grande storia d’amore.
Cari lettori, ora non vi resta che immergervi in questo nuovo libro di ricette e di poetica.
Buongiorno amici, oggi vi propongo una mia intervista doppia a due autori che sono anche amici: Sara Marino -autrice di Destino di sangue– e Andrea Ansevini -autori di Oltre la porta-.
Partiamo da Sara…
Ciao Sara, grazie di esser qui con noi.Chi è Sara Marino?Sono una donna di 42 anni che ancora si sente una ragazzina che ama sognare e sperare in un futuro migliore.
Com’è nata l’amicizia con Andrea Ansevini?Siamo colleghi della solita casa editrice, Le Mezzelane Casa Editrice, e ci conoscevamo di vista, ci siamo incontrati alla fiera del libro di Milano e da lì, conoscendoci di persona e poi tenendoci in contatto su fb.
Cos’è che vi accomuna, secondo te?Direi la passione per la scrittura, la lettura e una fantasia immane, spesso molto simile.
Com’è il tuo approccio alla scrittura?Ho un approccio di pancia. Quando qualcosa mi frulla in testa, devo metterlo su carta.
Destino di sangue parla di bene e male, di vampiri, di bugie; ma com’è nato?È nato in un periodo dove avevo bisogno di pensare ad altro, di fuggire un po’ dalla realtà e così, mi sono immersa in un mondo nuovo, fantastico, meravigliosa, ma possibile e ambientato nella mia città.
Come sono nati i tuoi personaggi?Sono personaggi nati d’impeto. Quando pensai alla creazione della saga, avevo già una loro idea che poi si è concretizzata libro dopo libro. Diventando poi creature, quasi reali.
Cosa c’è di te dentro loro?Allora in ogni personaggio del libro, c’è qualcosa di me. Come sono, come vorrei essere, ciò che odio, ma nei due personaggi, Rebecca e Marcus, molto di più. Lei mi somiglia fisicamente, e nel suo animo positivo, in Marcus invece possiamo dire che si racchiudano le mie ansie, le mie problematiche, il mio essere introversa.
Cosa speri arrivi ai lettori?Il concetto dei libri, tutti quelli che scrivo, sta nell’accettare il diverso. Nel non cedere subito davanti alle difficoltà, nel poter volare con la fantasia in mondi forse, assurdi e bellissimi, ma con un fondo di verità, che possa aiutare, svagare e divertire il lettore.
Dicci tre libri che consiglieresti ai lettori?
Assolutamente “Dracula” di Bram Stoker.
“La Divina Commedia” di Dante Alighieri.
“Palude” di JohnConnolly.
C’è qualcos’altro che vorresti condividere con chi ci legge?Come ultima cose, vorrei suggerire a tutti colore che ci leggano, di ritagliarsi, come possibile, un attimo per se stessi e le loro passioni.
Grazie mille Sara
Ed ora tocca ad Andrea Ansevini.
Ciao Andrea; ma tu chi sei?Ciao Elenia! Chi sono? Sono un tuttofare. Ho la passione per la scrittura, la musica e la fotografia. Vi dico che sono nato ad Ancona il 30 aprile 1979. Da sposato risiedo a Polverigi con mia moglie Adele dopo essere vissuto per trent’anni a Offagna. Ho la passione per la scrittura dal 1990 e da allora non sono mai fermato. Fino a oggi infatti ho scritto oltre 1450 poesie, più di 150 racconti e pubblicato 5 libri, di cui uno in collaborazione con la mia amica Alessandra Piccini, un altro uscirà a breve e l’ho scritto con Viviana Nobilini, mentre altri quattro li sto scrivendo in collaborazione, di cui uno con la qui presente Sara e abbiamo idea già di un secondo appena terminiamo questo. Altri cinque sono in pronti a mio nome da inviare.
Come vedi il mondo?Il mondo purtroppo non lo vedo bene per niente. Tra catastrofi naturali, povertà, guerre, pandemia, violenze varie di ogni genere, razzismo e tanto altro ancora lo stiamo facendo ammalare e morire. Stiamo andando verso un punto del non ritorno dalla quale non potremo più tornare indietro. Mi piace però pensare positivo e, anche se utopia, mi piacerebbe che tutto quello che lo ha reso agonizzante, si possa risolvere e il nostro pianeta possa ritornare a respirare.
Cosa ti ha portato a scrivere Oltre la porta?Il mio mettermi in gioco come al solito e dare un seguito al precedente “La porta misterosa” dato che tutti ogni giorno ci troviamo davanti a una porta o un bivio a prendere delle decisioni giuste o sbagliate e sta a noi decidere, quindi il protagonista può essere chiunque.
Hai vissuto esperienze dolorose simili a quelle descritte nel tuo libro?Solo pochissime per fortuna, il resto è tutto frutto dell’immensa fantasia che ho.
Parli di morte, ma cos’è per te?Per me è la fine di tutto ciò che tiene in vita un organismo vivente, una sorta di lato oscuro che si nasconde in ogni persona, animali o piante. Me la immagino come un buco nero, una volta che ti ha investito, non ne esci più e ti porta via per sempre.
Pensi che le paure condizionino la vita?Parlando per me personalmente no, non lo penso. Le paure per me sono fatte per essere vinte. Sono come una sfida a cui andiamo incontro ogni volta che siamo in difficoltà e se le superiamo non ci condizionano affatto e tutto si risolve, se non si riesce, perché può capitare non mi condiziona lo stesso. Mi condiziona solo se mi lascio andare e se mi lascio andare vuol dire smettere di lottare, quindi a quel punto mi condiziona. Da ottimista che sono, però non mi sono fatto mai condizionare da nulla.
Se dovessi scegliere, quali libri (3) consiglieresti ai lettori? Ce ne sono tanti e credo che 3 siano pochi. Se dovessi scegliere preferisco i fantasy che li adoro moltissimo e sono “Dracula” di Stoker, “La Divina Commedia” di Dante Alighieri e “Il signore degli anelli” di Tolkien.
Come è la tua amicizia e collaborazione con Sara?Siamo colleghi e amici di penna della casa editrice, Le Mezzelane Casa Editrice e ci conoscevamo dapprima solo virtualmente. In seguito ci siamo conosciuti di persona alla fiera del libro di Milano “Bookcity 2019” e da lì ci siamo conosciuti finalmente di persona, ci siamo scambiati i numeri di telefono promettendoci di restare in contatto, poi tramite Facebook anche ci siamo tenuti in contatto, quindi per fortuna non ci siamo mai persi di vista e l’amicizia si è consolidata alla grande al punto tale da sentirci e scriverci molte volte al giorno. L’idea di collaborare ci era venuta fin da subito a Milano. Dato abbiamo molta fantasia e molte idee di pensare che ci accomunano in modo quasi simile, ci siamo detti di collaborare assieme, ma poi il lockdown ha bloccato tutti i nostri sogni e così abbiamo iniziato a collaborare virtualmente. Per me collaborare con lei è una bellissima esperienza, lei è un’amica solare ed emana molto entusiasmo, come dico a lei e a tutti, per me oltre che un’amica che apprezzo e stimo molto, è un’ottima compagna di viaggio nel mondo della letteratura.
Come è nato “Il Salotto culturale di Andrea e Sara”?Proprio durante il lockdown quando con Sara ci siamo ritrovati a collaborare virtualmente. Da che dovevamo fare alcune presentazioni online, poi, riprendendo una frase di Sara, una sera abbiamo lanciato la palla a chi ci guardava se gradivano come noi presentare i propri libri di contattarci e ci hanno scritto in molti. Ora siamo alla seconda edizione e molto probabilmente partiremo con la terza.
C’è altro che vorresti condividere?Vorrei condividere con chi mi legge che ho anche la passione per la musica dato che incido cd da solo o con mia moglie. Vari brani e poesie sono stati trasmessi anche su radio italiane dove ho rilasciato interviste. Voglio inoltre fare presente per ultimo che il mio romanzo “Oltre la porta” ho fatto quasi 180 presentazioni in presenza, in privato e online dal 2017 a oggi, inoltre nel 2019 ho ricevuto una menzione speciale come migliore scrittore emergente nazionale alla serata “Gli Oscar delle stelle” svoltasi a Polverigi. Tra diversi ospiti nazionali, tra loro c’ero anche io e non posso che dire grazie alla mia casa editrice, a chi lo ha editato e chi ha realizzato la copertina.
Buongiorno amici, poco tempo fa ho avuto il piacere di leggere e recensire “Mu”, la prima silloge poetica di Nunzio Di Sarno.
Ora condivido con immenso piacere e gioia, la mia intervista all’autore.
Ciao Nunzio, poeta, docente, amante della vita ma, chi è Nunzio Di Sarno?Lo trovo abbastanza innaturale descriversi e sarebbe troppo lungo. Forse dovresti chiederlo a chi mi conosce, ognuno avrebbe una parte.
Il termine Mu che poi hai utilizzato come titolo, viene dal giapponese; come ti sei avvicinato a questa cultura?Dopo le esperienze con lo yoga e la meditazione, sono approdato al buddhismo zen e sentivo molto vicini i ridanciani e folli praticanti zen. I paradossi di alcune pratiche mi attiravano molto. Mu ne è un esempio. E poi sono completamente lontani da questa idea dei sentieri spirituali così diffusa oggi, che va dal dogma alla svenevolezza, portando spesso ad un cambio d’abito, che non regge al soffio di una brezza leggerissima.
Com’è nata questa raccolta poetica? È nata mettendo insieme delle poesie degli ultimi 6 anni che avevano una risonanza comune. La spinta me la diede in particolare un concerto degli Zu. Ma lavoravo già a diverse raccolte ed avevo già pensato alla pubblicazione.
Sei laureato in lingue e letterature straniere ma credo che ci sia qualcosa di profondo che poi porta un poeta a scrivere in una lingua diversa da quella madre; possiamo sapere che legame c’è tra te e la lingua inglese?Non sono un purista della lingua, né credo di avere un amore particolare per l’inglese. È semplice praticità. Nei viaggi utilizzo l’inglese, ed è la lingua che mi è più familiare dopo il napoletano e l’italiano. I versi in inglese nascono in un ritmo e con immagini diverse, come si vede dalla raccolta.
“Tramonti fucilano albe” è una poesia che mi ha colpita particolarmente; com’è nata?È nata dopo uno scontro tra me ed altri studenti durante un dibattito mentre frequentavamo un corso. All’uscita dall’aula, presi un treno per Roma e la scrissi lungo il viaggio, aggiungendo solo pochissime parole dopo qualche giorno. Nella poesia ci sono diverse tracce e riferimenti per capire bene di cosa si parla. Così come capita in altre, ci sono segni qui e là da incastrare per avere un quadro completo.
In molte poesie di questa raccolta c’è la natura, il mare e la neve. Ecco, la neve, come mai l’ami tanto? C’è qualche legame tra te e quel manto bianco?Avendo vissuto tra Napoli e provincia gran parte della mia vita ho pochissimi ricordi della neve. L’ho vista in altri luoghi. “Del perché gioire della neve” per esempio nasce al risveglio in una Firenze imbiancata, e descrive tutta la dinamica che mi attiva. Riguardo al bianco, come il vuoto, ricorre in molti versi. In un’altra raccolta, forse la prossima, c’è un’intera poesia in cui si parla della funzione del bianco. Sul mare avrei troppe cose da dire, ma anche qui, il senso è meglio affidarlo ai versi.
A me sembri quasi il prof. John Keating di “L’attimo fuggente”: moderno, audace, passionale. Come dovrebbero essere secondo te i professori di oggi?Cominciamo a dire come sono: sottopagati, pavidi, frustrati e tutti sull’orlo di una crisi di nervi. La categoria che potrebbe bloccare un paese e rivoluzionarlo è quella più vessata e meno consapevole e politicizzata. La burocrazia, il ministero e le stupide idee riguardo alla didattica e alla formazione ammazzano i Keating e poi il romanticismo si tiene vivo solo con la lotta. Si riesce a lottare da soli solo in certe condizioni però.
C’è qualche tuo professore che hai nel cuore? Se si, perché?Non credo di aver nessun professore nel cuore. Ho un ricordo più forte di 3 professori atipici, quello di filosofia del liceo e U. Dotti e M. Costa dell’università. Il primo usava un metodo universitario con dei ragazzini di 15 anni, che li allontanava e gli faceva usare in malo modo la libertà che dava. Era preparatissimo e ho un ricordo tenero di quando durante un’assemblea ci prese la chitarra e cantò “Comandante Che Guevara”. Era stato pure marinaio mi pare. Ma non c’era un contatto profondo con gli studenti. Agli altri devo tanto rispettivamente per la mia visione della storia della letteratura italiana e dell’estetica dei media.
Ai tuoi studenti cosa cerchi di trasmettere?Ogni insegnante trasmette quello che è, pure senza dare aria alla bocca. Cerco di alimentare lo spirito critico, ma è una fatica immane, visto che non sono abituati alla libertà e all’ascolto, e con tre ore a settimana per classe, in un contesto che si muove nella direzione opposta, mi pare di essere Sisifo. Non essendo per me una condanna, cerco di trovare strategie per evitare di sprecare energie inutili.
A chi legge “Mu”, invece, cosa speri rimanga nella mente e nel cuore?La complessità che lo anima, che cerca di tenere insieme gli opposti ed andare oltre le visioni stereotipate, pure della poesia stessa. Le citazioni di apertura muovono in questa direzione.
Hai in mente altri progetti? Altri libri che potrò leggere?Sì, di diversa natura. Per ora ho delle proposte per la prossima raccolta, sempre però da piccole case editrici. Sperando possa arrivare qualcosa di più grosso.
Dai, dimmi tre libri che vanno letti almeno una volta nella vita. “Zhuang-zi”, “La società dello spettacolo”, “I vagabondi del Dharma”. Tre libri di svolta in momenti diversi della mia vita, ma non riuscirei a consigliare un libro a tutti. Il terzo è comunque il libro che ho regalato di più quando avevo vent’anni.
C’è qualcos’altro che vuoi condividere con i lettori? Mu.
Grazie Nunzio.
Eccoci qui cari miei lettori, spero di avervi incuriositi.
Oggi ho il piacere di lasciar parlare l’autore attraverso la mia intervista.
Ciao Vinicio, grazie per esser qui con tutti noi.Sei un pittore, un musicista, uno scrittore ma chi è Vinicio?
Direi un grande curioso che cerca risposte per ogni fenomeno che incontra sulla sua propria strada. Ho molteplici passioni che coltivo da sempre, quasi tutte collegate all’arte in generale ma non solo. Le mie curiosità travalicano quelle che sono le discipline solo artistiche andando a “toccare” qualunque fatto possa destare in me curiosità e interesse. La pittura per esempio mi ha sempre entusiasmato. Questa capacità di dare voce a una tela attraverso le immagini da parte del pittore è sicuramente analoga a quella dello scrittore nel momento in cui usa le parole per lo stesso fine. “La pittura è una poesia muta e la poesia è una pittura cieca”. In questa frase di Leonardo c’è tutta la totale e saggia sintesi del concetto espresso. Poi c’è la musica che scorre fragorosa dentro le mie vene. Non si tratta di un amore nato e cresciuto in un determinato periodo della mia vita, e neppure esiste un genere che sovrasti l’altro. È sicuramente un elemento che ha rivestito e che assume tuttora un’importanza fondamentale: non solo nel saper manipolare sapientemente le sorti del mio umore, ma soprattutto per come riesce a stimolare la mia produzione artistica in generale.
Cosa ti ha portato a esprimerti attraverso la poesia?
Un’estrema voglia di impreziosire ogni mia osservazione verso il mondo e la natura, utilizzando il sentimento umano, unico vero motore d’espressione. Possiamo essere circondati da meraviglie fuggevoli e improvvise, oppure avvolti nel dolore o nell’euforia di un’improvvisa gioia. Emarginati dalle nostre ambizioni o al centro di un successo raggiunto. Qualunque situazione possa capitarci, piacevole o malinconica, crea potenzialmente uno stato d’animo unico, intenso. Ed è proprio questo fenomeno emotivo, spontaneo e naturale, che crea l’ispirazione alla scrittura e alla poesia.
Nel tempo, com’è cambiato il tuo rapporto con la poesia?
È stato amore a prima vista. Un amore che non è mai scemato, anzi, è cresciuto in maniera esponenziale durante gli anni. Come ogni elemento esistente nella vita, tutto incrementa l’esperienza, e con essa, l’evoluzione naturale verso la trasformazione che prende il sopravvento. Quando si ama la propria arte si cerca sempre di renderla migliore. Di darle una connotazione di maggior livello. La poesia non fa eccezione. Durante gli anni avvengono delle trasformazioni sia prospettiche sia di contenuto nel trattarla, e questo è successo anche nella mia poesia. Oggi, per quel che mi riguarda, esiste una vera e propria ricerca della parola, della musicalità nella sua collocazione e del contenuto. Il tutto finalizzato alla migliore espressione del concetto che si vuole raccontare, ma senza stravolgere la nobile forma di cui da sempre si veste.
In “Triticum” utilizzi la “vita” del grano come punto di riferimento, come cardine della tua raccolta. Come mai questa scelta? Com’è nata?
Sappiamo bene quanto il grano sia espressione di ricchezza, simbolo di prosperità e benessere all’interno della comunità mondiale. Partendo da questo presupposto ho voluto rappresentare come questo sommo bene che deriva dalla terra, possa creare un giusto connubio con la vita di ogni essere umano, preziosa e ricca come il grano. Inoltre, la pacata armonia che regna nei campi, quando la maturazione colora d’oro ogni spiga, sposa con delicato garbo la grazia della poesia che nel suo ventre raggiunge la giusta misura espressiva.
Ho amato questi versi della tua poesia “La calla nel fiume”:
“[…] il fiume trasparente racconta la sua vita
fatta di vite, […]”
Secondo te, quante vite ci sono in ognuno di noi? E in te?
Ufficialmente abbiamo una sola vita ed è quella che ci accoglie. Naturalmente non siamo molto diversi dal fiume trasparente che scorre cullando le sue creature cresciute sul fondo del suo letto. Ognuno porta nel cuore ciò che sente più vicino, ciò che ama e dalla quale non è in grado di separarsi. E queste, non sono altro che vite nella vita.
Le tue poesie sono ricche di metafore e similitudini (mare, fiori, alberi, fiumi, etc).Come nascono nel tuo cuore?
Lentamente, come lentamente si muovono i pensieri che le riempiranno. Spesso basta poco per emozionarsi, per provare sensazioni che solo quando stimolate si rendono pungenti, e la magia della natura ci aiuta molto in questo. I continui messaggi che ci invia vogliono essere letti, decodificati e descritti. Ed è proprio questo rapporto che ho con lei che mi affascina. Un rapporto che senza un’anima sensibile non avrebbe identità.
Le tue poesie vengono dal cuore, dall’anima, dal sentimento puro che ti porta a metterti a nudo. Come si concilia quest’intimità con il condividerle con i lettori?
Come spesso ho avuto modo di specificare, il poeta è soltanto colui che cattura le essenze contenute nelle cose del mondo. Le osserva, ne riflette la sostanza nella propria mente e le descrive così, come l’ha assorbite, impregnandole di genuina fantasia. Fatto ciò, il prodotto finale diventa universale, di proprietà comune. E solo quando arriva a essere fruito si può gioire per aver creato un collegamento col lettore fortemente intimo e personale.
Stai lavorando a qualche altra raccolta? Se sì, vuoi parlarcene?
Chi come me ama seguire liberamente i propri istinti creativi non può e non riuscirà a fermarsi facilmente. Sono sempre in attività e scrivo continuamente. I progetti in cantiere sono molti, alcuni già a buon punto, e parlo della mia settima raccolta poetica che sto ultimando proprio in questi giorni, altri in corso d’opera. Amo raccontare la vita nella sua totalità senza tralasciare nulla che non abbia provocato vibrazione dentro l’anima. Soprattutto amo raccontare la nostra terra, il nostro bellissimo paese e le nostre tradizioni, che nonostante le continue innovazioni, non vogliono morire.
Come vedi la poesia tra qualche anno? Pensi abbia ancora quell’immenso valore che ha avuto nel passato e che ancora oggi cerchiamo di far conoscere?
Difficile dirlo, e comunque il mio auspicio è quello che continui a dimostrare la sua forza nello stimolare le anime in cerca di emozioni vere. Sicuramente la poesia è una di quelle espressioni artistiche che nel corso dei secoli è mutata più volte, vuoi per le varie correnti di pensiero che si sono succedute tra i letterati, vuoi per il contesto storico temporale che ne hanno influenzato i contenuti. Tuttavia, è sempre tornata al suo antico splendore. Libera o sottoposta a metrica, composta con lessico antico o contemporanea, non si è mai privata di quel carisma e di quel fascino che la sa rendere un’opera d’arte senza tempo.
Oltre che le tue stupende poesie, quali poeti contemporanei consiglieresti di leggere?
Ti ringrazio molto per questo tuo gradito apprezzamento. Direi che ci sono in giro degli ottimi “narratori” di emozioni. La rete aiuta non poco a divulgare l’arte in generale e proprio grazie al web, esiste la possibilità di scoprire nuove proposte e nuovi contenuti estremamente interessanti. Quando leggo autori del nostro tempo scopro passione, voglia di sorprendere e tanta volontà di fare bene. Forse, l’unica cosa che manca è un briciolo di umiltà e la consapevolezza che c’è sempre qualcosa da imparare, e non solo dai grandi maestri.
E se dovessi scegliere tre libri da consigliare (anche esulando dalla poesia), quali consiglieresti?
Chi ama leggere si appassiona a qualsiasi genere. Personalmente amo i romanzi storici e soprattutto i racconti, perché ritengo sia affascinante iniziare e finire la lettura di una storia in un solo colpo. Naturalmente non può mancare la poesia quando però voglio concedermi il sublime. Per rispondere alla tua domanda, direi che la lettura è molto soggettiva nei vari generi e proponendo dei libri, rischierei di dare voce ad opere che invece non trovano la giusta connotazione nell’ambito delle preferenze generali. L’unica cosa che posso consigliare è leggere molto, perché la lettura ci aiuta a percepire la vita, a rendere nitide le sfumature dell’anima e a saper decifrare l’infinità di elementi che il mondo contiene.
C’è qualcos’altro che vuoi condividere con i lettori?
Si grazie, un mio pensiero che auspico possa indurre più lettori a farsi trasportare dalla poesia. Credo che la vera forza di questa antica forma espressiva sia proprio la volontà, da parte dell’autore, di condividere emozioni utilizzando le parole. Il linguaggio della poesia, a volte malinconico a volte più gioviale, implica l’immedesimarsi nel poeta per scoprirne effetti e luci, immagini e concetti. E proprio dopo aver portato a termine questo lavoro che ci si accorge dell’universalità dei temi che la poesia tratta. I sentimenti umani, così come la natura, appartengono a ognuno e sono vissuti da chiunque.
Grazie mille Vinicio
Un abbraccio
Allora amici miei, ora tocca a voi, cosa ne pensate della poesia?
Ciao a tutti, chi mi segue da tempo sa a fine anno ho avuto il piacere di leggere “Le macchinazioni”, l’ultimo romanzo di Baret Magarian e ora sono felice di condividere con voi il dialogo tra me e l’autore.
Sei scrittore, poeta, musicista, teatrante, giornalista, artista… ma chi è Baret Magarian? Come fai a “gestire” tutte queste tue essenze?
Non faccio tutte quelle cose tutto il tempo. Di solito sono concentrato su una sola di esse, quindi la mia vita non è così caotica, intensa e impegnativa come faccio sembrare quando mi viene chiesto di dire qualcosa su me stesso. In realtà sono una persona molto pigra ma sono capace di brevi raffiche di energia concentrata. Poi, devo andare a dormire o ubriacarmi.
Cito un estratto della tua biografia esposta sul tuo sito: I am constantly overwhelmed by the sheer force of sensory perception and by the details, clamour, richness, and terrors of this world. So my writing is probably a product of this dense way of filtering and processing reality. In addition, I have always been fixated on the notion of identity and what makes a self or an “I.” I want to uncover the self beyond the self, the I beyond the I. I am always watchful for the existence of a shadow self.ovvero: “Sono costantemente sopraffatto dalla pura forza della percezione sensoriale e dai dettagli, clamore, ricchezza e terrore di questo mondo. Quindi la mia scrittura è probabilmente un prodotto di questo modo denso di filtrare ed elaborare la realtà. Inoltre, sono sempre stato fissato sulla nozione di identità e su ciò che rende un sé o un “io”. Voglio scoprire il sé oltre il sé, l’io oltre l’io. Sono sempre all’erta per l’esistenza di un sé ombra.”Leggendo queste frasi mi sono inevitabilmente posta una domanda: Credi che questo desiderio di scoperta avrà mai fine? Arriveranno mai delle risposte certe o è una continua evoluzione, un continuo cambiamento?
La vita è indefinita, amorfa ed evanescente, ma siamo maledetti dal desiderio di definizioni, forme e costanza. Questa è la condizione umana. Il conflitto tra i due è responsabile di grandi opere nel regno dell’arte e grandi sofferenze nel regno della vita.
Cosa fai quando scrivi? Hai delle routine? Un luogo che prediligi?
Non ho una routine. È tutto caos totale, non ho un piano, un regime. Faccio tanti appunti su foglietti, su quaderni, su fascicoli, forse troppi e poi cerco di tenerli a mente senza farli troppo riferimento. Ascolto molta musica, anche se non bevo mai vino quando scrivo. Mi piace vedere il cielo, se possibile. A volte scrivo in un impeto di ispirazione. A volte la scrittura è estremamente lenta. È tutto pazzo e incoerente.
“Le macchinazioni” non è il tuo primo libro; sei uno scrittore affermato nel panorama internazionale ma, com’è evoluta la tua scrittura negli anni? E tu?
Come persona sono completamente perso, come scrittore un po’ ‘meno. Il mio vero talento sembra essere la procrastinazione. Sono anche un discreto cuoco! Scrivere per me è molto difficile e sempre accompagnato da un certo grado di sofferenza. Il lavoro dei miei sogni sarebbe dirigere spettacoli teatrali: amo il teatro, i costumi, la luce, il trucco. Ma ora la pandemia sta uccidendo le arti dal vivo e tutti gli attori e registi stanno sanguinando dentro. È terribile. Il sistema premia il capitalismo e punisce gli artisti: è completamente ingiusto.
Entriamo nel vivo del tuo ultimo romanzo edito da Ensemble: come è nato “Le macchinazioni”?
Stavo prendendo un autobus da Londra a Oxford – il Oxford Tube – andavo a trovare un amico – quando improvvisamente ho avuto un’idea dello scambio di personalità ed energie tra due amici. Mi sembrava interessante. A poco a poco l’idea si è fusa con un’altra idea: l’idea di una finzione che diventa realtà. Mi sono reso conto che insieme questi potrebbero essere in grado di generare un libro ed è quello che è successo, diciassette bozze, alcuni esaurimenti nervosi e sei anni dopo. Il libro vero e proprio ha impiegato molto più tempo per trovare un editore, circa 15 anni. Tutti nella loro infinita saggezza, agenti ed editori lo hanno rifiutato durante quel periodo, uccidendo la mia fiducia, ma in qualche modo non mi sono mai arreso e ho continuato. Non so come spiegarlo. Chiunque altro avrebbe gettato la spugna credo. Ma essendo armeno sono piuttosto tenace e piuttosto orgoglioso di questo fatto. Ora molte persone, critici e lettori, dicono che il libro è un capolavoro. Strano come funziona la vita. E i gusti e i programmi degli editori rimangono profondamente misteriosi …
Quanto c’è di te in questo libro?
Ci sono piccole parti di me, naturalmente. Penso che tutti gli scrittori mettano fette di sé stessi nelle loro opere. Scrivere è una specie di auto-cannibalismo. Si osserva, naturalmente, e si attinge alla vita reale e alle persone che si conoscono, ai campi della politica, della cultura e così via. Ma probabilmente le parti veramente profonde di un libro provengono dalle parti più profonde dell’anima dello scrittore. E ci vuole coraggio per essere in grado di rivelare quella parte e di scavare nel profondo di essa. Devi essere un po’ come un maratoneta, in grado di resistere a sollecitazioni emotive, mutilazioni e dolore ed essere anche in grado di osservarlo spassionatamente per scriverne. Se non puoi osservarlo non sarai in grado di articolare di cosa si tratta. Quindi scrivere è tre cose contemporaneamente: esperienza, osservazione ed esecuzione.
Direi che esprimi chiaramente cosa pensi della società, degli influencer di oggi, della pubblicità, dei media; com’è nato questo pensiero critico?
Mi sembra abbastanza chiaro che le cose non stanno andando molto bene in generale nel mondo dei media e di internet.
Secondo te, come dovrebbe esser un vero guru moderno?
Oggi un vero guru non sarebbe affatto come Oscar Babel. Oscar è un falso, ma è un falso che nondimeno ha una connotazione di gentilezza, illuminazione, tolleranza e compassione, quindi non è tossico come molte persone che sono sotto i riflettori oggi. Cerca di insegnare amore e accettazione. Cerca di aiutare le persone, ma tutto diventa così confuso, così ambivalente e saturo di media che alla fine diventa solo una sorta di bolo che attrae e genera isteria, promiscuità sessuale e ridicole teorie accademiche. Un vero guru oggi sarebbe invisibile, non sarebbero in grado di abbracciare i riflettori perché probabilmente lo troverebbero troppo nauseante, quindi rimarrebbero fuori scena, invisibili, dietro le quinte. I veri guru che ammiro sono Krishnamrti, Eckhart Tolle, forse anche Rajneesh prima che fosse corrotto. Forse anche il mago armeno Gurdjieff, che era anche un ciarlatano e probabilmente un pazzo, oltre ad essere probabilmente uno degli esseri umani più ipnotici e mesmerici che siano mai esistiti.
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In “Le macchinazioni”, a mio modesto parere, la natura e i fiori si scontrano con la freddezza del mondo di oggi; se ho azzeccato la contrapposizione, cosa volevi trasmettere attraverso questo contrasto?
Sì, mi piace la tua osservazione. I fiori sono molto importanti per la storia: forniscono a uno dei personaggi il suo sostentamento e formano il soggetto del dipinto più importante di un altro personaggio, hanno un ruolo secondario nell’azione e sono importanti anche per il simbolismo del romanzo. Amo molto i fiori, ma a volte sento che le persone iniziano a dimentica la loro grazia, simmetria e delicatezza. “Non sono lunghi – i giorni del vino e delle rose”, come scrisse Dowson. Stiamo iniziando a perdere la nostra propensione al romanticismo, al sogno e alla dolcezza che sono sinonimo di fiori. Sento che il mondo moderno non ha molto tempo per la natura, i fiori, i tramonti e la bellezza. C’è una riga nel libro: “le persone non notano più la bellezza del cielo perché non ha un prezzo”. Recentemente una lettrice ha scritto di aver trovato quell’osservazione estremamente banale, il che mi ha ferito, poiché pensavo fosse un’affermazione piuttosto profonda in realtà. Forse sono fuorviato o sbagliato, ma sento che gli esseri umani stanno perdendo il loro apprezzamento per la bellezza, la bellezza del mondo naturale che li circonda perché non rientra nella cornice della tecnologia o non ha un valore monetario.Una delle cose più tristi che abbia mai vissuto – due anni fa, ero su un volo, fissavo fuori dal finestrino … circa a metà del volo l’orizzonte divenne sconvolto dalla bellezza, il tipo di bellezza che difficilmente si può concepire : linee orizzontali di colore stratificato, come se un arcobaleno fosse stato appiattito e i suoi archi di colore resi super intensi; oro, rosso, arancione, viola, blu; in mezzo a questa matrice super attenuata stava il piccolo crogiolo bordeaux del sole, che spirava in fusione di commiato; sotto questo fantastico panorama si precipitavano grandi ragnatele di nuvole, come se cercassero di diventare una massa animata, e sotto tutto ciò che sedevano le Dolomiti in cosmica impassibilità. È stato uno delle cose più belli a cui io abbia mai visto. Quando mi guardavo intorno per vedere se qualcun altro stava guardando, tutto quello che potevo vedere era una fila di passeggeri tutti collegati ai loro dispositivi, docili nelle loro bolle virtuali. Tali momenti arrivano raramente; sembrano sussurrare “notami, evolvi, aspiri, meravigliati, meravigliati, piccoli umani, amore, il tempo è adesso”. E in quel momento ho sentito un profondo dolore per l’umanità e per il percorso che sta prendendo.Quindi il mio libro vuole celebrare la natura, sì, e celebrarne l’importanza e la grazia. Credo che la natura sia una sorta di antidoto a tutta l’infelicità che abbiamo generato come specie. E gli alberi sono così meravigliosi e belli. Sono davvero miracoli se ci pensate – ci permettono di respirare convertendo diossido di carbonio in ossigeno attraverso il processo di fotosintesi – non è incredibile? E come ringraziamo gli alberi per questo regalo? Li abbattiamo e li trasformiamo in parcheggi.
Che messaggio speri arrivi al lettore?
Renditi conto che al di là delle parole, del rumore e della fama c’è il silenzio: mettiti a tuo agio nel silenzio, sentiti a casa in esso, impara ad abbracciarlo, e poi coltiva le parole, evita il rumore e ammira ma non adorare la fama.
E tu che approccio hai con i social?
Odio i social media e sono convinto che la vita fosse più piacevole, più innocente, meno narcisistica e nevrotica prima del suo avvento.
Durante un’intervista hai annunciato che speri di finire un romanzo che stai ambientando in America e che è molto differente da “Le macchinazioni”. Ci puoi/vuoi svelare qualcosa?
Parla di un uomo che finge di avere una mano paralizzata. Questo è tutto quello che posso davvero dire a questo punto.
A ogni autore che ho l’onore d’intervistare pongo sempre una domanda: se dovessi scegliere tre libri, quali (oltre ai tuoi) consiglieresti ai lettori?
“Il Mago” di John Fowles, “Steppenwolf” di Herman Hesse, “Le confessioni” di Jean-Jacques Rousseau.
Ho letto che sei anche un pianista. Molti miei lettori affezionati sanno che io amo questo strumento e che ne ho scritto poesie. Il pianoforte mi ha salvata, mi ha fatto da amico e non c’è giorno, melodia, occasione, in cui non mi commuova nel sentirlo e così sono curiosa di sapere cos’è per te il pianoforte?
Sì. Però ho un rapporto piuttosto strano con il pianoforte. Sono essenzialmente un pianista autodidatta, anche se ho preso alcune lezioni quando avevo diciotto anni. Ma nel complesso, ho seguito solo la mia traiettoria. Ho imparato a suonare ascoltando ossessivamente le composizioni di compositori classici e pianisti jazz. Alla fine, per pura forza di volontà e tenacia, ho scoperto di poter costruire qualcosa che fosse relativamente armonioso e piacevole all’orecchio. A poco a poco, ho acquisito sempre più mondi sonori, frammenti di tecniche, trame, imparando a cambiare tonalità, a transizioni, a suonare una scala, suonare in ottave, ecc. Posso, tuttavia, eseguire solo la mia musica – che è in realtà piuttosto complesso e complicato con tempi in chiave complessi, svolazzi tecnici, densità orchestrale – e sono completamente incapace di leggere la musica. Quando ho iniziato a comporre musica per il pianoforte, qualcuno ha detto che sembrava musica proveniente da un altro pianeta! Ma sono totalmente innamorato del pianoforte e della sua incredibile diversità di toni e colori e di pura forza e potenza. Una volta ho suonato a un concerto al grande Steinway. Era come essere in paradiso. Un grande pianista è una delle meraviglie della condizione umana, Richter, Horowitz, Hélène Grimaud mi riempiono di soggezione e ammirazione sbalorditiva. E Keith Jarrett è il mio idolo numero uno. L’ho visto suonare una volta a Napoli. Penso che sia il miglior musicista vivente del pianeta. Quello che fa alla tastiera è indistinguibile dalla stregoneria, dall’ipnosi.
Caro Baret, c’è qualcos’altro che vuoi condividere con i lettori?
La letteratura è necessaria, inebriante e ricca come il vino. È solo un peccato che il mondo non gli dia lo stesso valore.
Grazie mille Baret per questo onore e opportunità.