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Recensione di “Cosa ne sanno i poeti” di Enrica Tesio

Ci sono autrici che sento affini fin dal primo loro libro che mi è capitato tra le mani. Una di queste è Enrica Tesio, torinese, madre, copywriter e, a mio modesto avviso, davvero una strepitosa scrittrice. 

Di conseguenza, quando ho letto del suo nuovo libro non ho potuto che catapultarmi tra le pagine. Complice, non indifferente, il titolo che un po’ mi racchiude date le poesie che scrivo.

Che cosa ne sanno i poeti della fatica del tempo che corre, dell’adolescente insicuro nascosto nel passato di ciascuno, del pazzo bisogno d’amore e di allegria che ogni giorno guizza nel cuore di ognuno di noi? Ne sanno molto, in verità: è per questo che Enrica Tesio ne prende in prestito i versi, le rime, il gioco dei suoni che si rincorrono. E con la sua voce inconfondibile, capace di raccontare le più grandi malinconie senza lasciarsene sopraffare, tesse una danza fatta di parole lievi come filastrocche ma profonde come certi pensieri che ci visitano all’improvviso. Queste pagine sono la dichiarazione di poetica e di ironia di una donna innamorata della vita e delle sue imperfezioni, e al tempo stesso un inventario sentimentale nel quale ciascuna e ciascuno di noi può riconoscersi: le folgoranti istantanee che Tesio ruba al nostro presente sono confessioni liberatorie e antidoti allo scoraggiamento, alla distrazione; sono un manifesto di “romancinismo” nel quale a vincere è sempre lo slancio indomito di chi alla fine “sa tutto, che si abbraccia col bello anche tanto del brutto, ma è proprio nel moto di rabbia e di orgoglio che se ami sai dire: eppure lo voglio”.

La sottile vena ironica e l’astuto cinismo sono una costante che trovo nei vari testi dell’autrice e che non mancano nemmeno in questa raccolta. 

“La borsa delle donne” è la prima poesia che mi ha intrigata tra descrizioni espressive e realistiche che mi hanno anche fatto pensare ad una canzone di Noemi che ben farebbe da sottofondo.

“La carta dei diritti del difettoso” è un mettersi a nudo e amarsi. Una poesia che, inevitabilmente, ho sentito mia. Il mio corpo che, per chi mi conosce da tanto tempo, ha vissuto e sopportato molto e la mia relazione con esso è stata espressa in questa poesia.

Di poesia in poesia Enrica Tesio parla di sé stessa, del suo vissuto, del suo essere, dei suoi sentimenti. Comunica anche agli altri, ai suoi affetti, a coloro che hanno fatto parte della sua vita.

E si apre al mondo, a tutti noi sconosciuti, con autoironia, sarcasmo anche, e sincerità. Tanta sincerità. 

Con scioltezza, grazie ad una scrittura diretta e concreta, diventa esempio e portavoce. Fa sentire meno soli e sbagliati. Dona la sensazione di esser capiti; di “non succede solo a me”, “non lo penso solo io”, “non sono l’unica a sentire queste sensazioni”.

Tra poesie che racchiudono una vita intera – che sono quadri di emozioni, paure, cicatrici – il lettore si identifica e spesso riflette su sentimenti che forse sentiva lontani.

A fare da fulcro è fondamentalmente un sentimento: l’amore.

L’amore per sé stessi è il cardine. Amarsi significa guardarsi, osservarsi, saper conoscersi e ammettere anche ciò che ci ferisce.

Da questa consapevolezza scaturisce l’elevazione: amare la vita e gli altri.

Ciò implica saper accettare i dolori, saper dichiarare errori e fragilità, esternare i sentimenti e i sogni.

“L’amore ha la forma di un nocciolo, è il nocciolo duro di ogni cosa. È qualcosa che resta quando è estinta la fame, che pensi sia la fine del frutto e invece lo metti nella terra o nel cotone ed è l’inizio di tutto.” Cit. Pag. 43 

“Fammi quello che la primavera fa ai ciliegi, quello che i desideri fanno ai soffioni e mai e poi mai quello che il polline fa alle mie narici, fai quello che la mentina fa alla cola, quello che la sciarpa in inverno fa alla gola.” Cit. Pag. 46

Ed è stupendamente unico e perfetto il titolo perché, tra rime, esposizioni, narrazioni poetiche, l’autrice evidenzia proprio come la poesia sia espressione totalizzante, emblematica, enfatica, viva, pura, sincera e onesta. Perché la poesia è un tuffo nel lago più intimo di ognuno di noi.

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Recensione di “Profeti del buio” di Stefano Nazzi

Se è difficile definire cosa sia una setta, è quasi impossibile determinarne il numero, in Italia e nel mondo. L’unico rapporto ufficiale italiano risale alla fine degli anni Novanta quando il CENSIS; in una relazione preparata dal ministero dell’Interno, parlò di 137 gruppi attivi in Italia, divisi in religiosi (76) e magici (61), con più di 80.000 affiliati.

Ho letto tutti i libri di Stefano Nazzi, ho partecipato a molti suoi firma-copie, ascolto ogni suo podcast, guardo il programma su Sky, partecipo ai suoi spettacoli live… insomma, direi che sono una vera appassionata. Appena è uscito il suo ultimo libro sono corsa ad acquistarlo.

Ho cominciato la lettura durante un breve viaggio in treno e, per una volta, avrei voluto che il treno fosse in super ritardo per poterlo finire tutto d’un fiato.

Era il primo venerdì di ottobre e, appena prima di scendere a Milano, dopo aver letto poco più di metà volume, ho aperto Instagram. Mi sono trovata di fronte al titolo di un quotidiano: “Schiavitù e violenza sessuale, scoperta una setta nel Torinese”.

Fidatevi che rimasi di stucco perché questa nuova uscita dell’autore tratta proprio questo argomento e tocca più volte la città di Torino.

Mi bastarono quelle poche righe dei media per accendere ancora di più la curiosità verso “Profeti del buio” e sperai che la giornata mi riportasse presto al libro.

Ma cosa tratta concretamente?

Un viaggio nell’oscurità del controllo mentale, per capire come nasce una setta, come soggioga le persone.
C’è una cosa che accomuna Eviana, giovane baby-sitter morta in un appartamento della periferia di Pordenone nel 1988, a Emmanuelle, trovata tra le fiamme di un rogo nel Canton Vallese nel 1994. Le loro morti sono l’ultimo anello della catena di manipolazione e violenza che prende forma all’interno di una setta. Tra «atti di purificazione» che sono in realtà veri e propri abusi sessuali, suicidi collettivi travestiti da rituali per imbarcarsi su astronavi extraterrestri e omicidi a sangue freddo compiuti in nome di Lucifero, le sette possono essere molto diverse, ma condividono una caratteristica fondamentale: la parola del leader è legge e giustifica ogni sacrificio. Tutto si regge sul magnetismo di questi «profeti del buio», capaci di imporre violenze indicibili, fisiche, sessuali, ma soprattutto psicologiche. Costruite per isolare gli adepti dalla loro vita precedente e asservirli alla nuova comunità, le sette sono esclusive e ristrette, spesso impenetrabili per chi non ne fa parte. In questo libro Stefano Nazzi ne descrive diciassette, guidandoci nei loro retroscena segreti. Dalla dottrina ufologica della Telsen Sao al macabro suicidio di massa della Heaven’s Gate, dalle torture psicologiche con LSD della Aum Shinrikyo¯ all’ideologia neonazista e satanista dell’Ordine dei Nove Angoli, il racconto scava nell’abisso di questi gruppi per cogliere quella combinazione letale di fascino e terrore che trasforma il culto in delitto. Un’indagine che va dritta al cuore delle sette più pericolose del mondo, dove il talento manipolatorio non conosce limiti e lascia ferite indelebili sulle vite dei sopravvissuti. Un viaggio nell’oscurità del controllo mentale, per capire come nasce una setta, come soggioga le persone fino a portarle a compiere – o subire – crimini efferati, ma anche come si può uscirne, e tornare a vivere.

Questa è la trama ufficiale. Io, ci ho letto molto di più. Non ero nata quando alcune sette operarono in Italia, in altri casi ero una giovane ragazza che ne sentiva parlare sui telegiornali; in toto non posso sapere nel concreto come fosse vivere in quel periodo di maggior presenza di queste realtà. Però, grazie al libro, mi sono immedesimata in quelle giovani vite rovinate, nelle famiglie di coloro che si sono addentrati in questi mondi, nella sofferenza e nella fragilità di chi ha vissuto dentro le sette.

Ho scoperto estratti di vita italiana e mondiale. Ho percepito l’esponente rischio di dilatazione di questi fenomeni. Ho percepito un senso di immobilità di fronte a queste follie e, contemporaneamente, di rabbia verso il sistema giuridico che non difende le vittime e giudica i colpevoli.

Ma, ciò che più mi ha toccata e quasi il sunto di tutte queste pagine: disperazione da un lato, follia dall’altro.

Quanto fragili, soli, allo sbando si debba sentirsi tanto da avvicinarsi a delle sette ed esserne soggiogati?

A braccetto: cosa porta un individuo (molti, in vero) a giocare con le persone, a annullarle, sfruttarle, violarle fisicamente, emotivamente e socialmente?

Non credo esista una risposta esaustiva, completa e chiara. Nemmeno obiettiva.

Quando ho terminato il libro ho tratto la mia personale conclusione: non cambia da quale punto di vista si stia leggendo la storia delle sette, se da vittima o da carnefice… l’essere umano è un essere fragile e questo può portare a veri e propri abomini. Solo con la conoscenza, forse, possiamo liberarci da alcune situazioni o esser parte integrante del loro annientamento.

Se mi ponente la domanda: perché leggere <<“Profeti del buio”?>> vi direi che va letto proprio per toccare, sapere, conoscere queste macabre situazioni.

Stefano Nazzi, giornalista, ha lavorato per alcune importanti testate nazionali. Si è sempre occupato di cronaca, seguendo i casi più conosciuti e di maggiore risonanza, ma anche vicende meno note. Oggi racconta la cronaca e l’attualità per «il Post». È ideatore e autore di Indagini, ai primi posti delle classifiche dei podcast, e di Altre indagini, sempre per «il Post». Dal 2024 porta a teatro con grande successo il racconto di alcune storie di cronaca che hanno segnato l’Italia.

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“Lo stato pontificio” di Ivan Pozzoni, poesia dal taglio e dall’espressione taglienti

“Lo Stato Pontificio” di Ivan Pozzoni è un’opera che si colloca nella zona di confine tra saggio storico e critica moderna, dove la narrazione del passato diventa occasione per interrogare le strutture di potere di ieri, di oggi e di domani.

La poetica non è assolutamente canonica, a tratti narrativa. Ciò che viene espresso è inconsueto per termini e modi. Direi graffiante, incisivo, infuocato.

Non si tratta di narrare o dar voce, bensì per evidenziare, spronare a discuterne, a riflettere, ad usare davvero ogni pensiero analizzandolo.

È una continua onda tra espressioni differenti, dal comune all’elitario, filosofico e concreto, essenziale e discorsivo… volutamente, a mio modesto avviso, l’autore carica le sue liriche come un cantante lirico in un teatro o come un pittore con la tela più ricca di colori e tratti. Enfasi, intensità, pathos che si fondono e disarcionano intensamente perché la poesia è un urlo che stacca le persone dal torpore, è come un tuffo improvviso in acque gelide. Sveglia e porta a riflettere.

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature.
Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d’avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. I suoi versi sono tradotti in trenta lingue. Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], braccio “armato” del tardomodernismo letterario.

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“D di Donna” la nuova raccolta poetica di Davide Rocco Colacrai

“D di Donna è la continuazione ideale di – nonché la risposta perfetta al pluripremiato – “Istantanee Donna”, con cui riflettiamo ancora una volta su chi siamo, su chi vogliamo essere e verso dove decidiamo di andare in questo caos moderno di tutto e niente” dichiara l’autore Davide Rocco Colacrai.

Credo che uno degli scopi della poesia, oltre che esser un veicolo tramite cui il poeta esprime se stesso nella parte più intima e spesso inconscia, sia anche un mezzo attraverso il quale dar voce e rispetto a chi si sente muto, solo, non ascoltato o che ormai non può più esprimersi.

Un poeta degno di questa qualifica è colui che s’immerge nell’essenza, nell’anima, nel cuore della persona a cui vuol dar voce (o nell’intimo più nudo di se), il tutto creando paesaggi di emozioni in liriche introspettive e intense.

Conoscevo già lo stile di Davide, sapevo la sinuosità dei suoi testi, accompagnata da angoli spigolosi e tematiche delicate. Intuivo che mi sarei trovata di fronte a testi ricchi di intimità, di fragilità, di tensione e di autoanalisi allo specchio.

Attraverso alcune poesie mi sono rivista, mi sono trovata o (ritrovata). In alcune ho “incontrato” emozioni altrui, storie e vissuti lontani o tremendamente vicini e silenziati.

In certune mi sono sentita un’ascoltatrice o una spettatrice.

Varie espressioni di vita, vari vissuti; ognuno unico e altrettanto immenso.

In un mondo in guerra, dove maschilismo e patriarcato sono ancora radicalizzati, tra femminicidi, violenze e donne ancora in silenzio e sminuite, un uomo s’immerge nell’identità intima della donna e le dona la voce, che le è stata tolta, le porta a da rispetto.

Di lirica in lirica, di donna di donna, di vissuto in vissuto, di vita in vita… una raccolta di poesie che profuma quasi di rivincita e di grido, senza accantonare l’arte della scrittura poetica.

A partire dal 30 Settembre il libro sarà disponibile su ordinazione in tutte le librerie e store digitali oltre che sul sito della casa https://www.ilfoglioedizioni.com/

Il volume si compone di 25 poesie organizzate armonicamente in sei capitoli, definiti Voci.  

La prefazione è a cura del Professore associato di Letteratura italiana dell’Università degli Studi di Foggia Gianni Antonio Palumbo.

Scheda libro

“D di donna Concerto per la resistenza e l’addio”

Autore: Davide Rocco Colacrai

Codice ISBN 9791256860616

Prezzo 12,00 euro

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Recensione di “Viaggio in Franciacorta. Un diario”

Ormai è quasi mezzanotte e ho dedicato il mio sabato sera a terminare un libro che mi accompagnava da qualche settimana. 

Tutto è nato per caso, o forse il caso non esiste…

Silvano Brescianini, CEO di Barone Pizzini, mi aveva invitata alla presentazione che si sarebbe tenuta un venerdì sera in cantina ma io, purtroppo, non ero in zona. Quando, qualche giorno dopo, l’ho incontrato, gli ho chiesto come fosse andata. <<Benissimo! Armando non sbaglia mai, ma questo libro è davvero un capolavoro>> mi risponde porgendomi in dono una copia.

Così, la sera stessa ho iniziato a leggerlo e a percorrere un viaggio nelle terre che mi hanno accolta.

Ma, per chi non lo sapesse, chi è Armando Castagno?

Nato a Roma nel 1969, laureato in Giurisprudenza e in Studi Storico-Artistici alla Sapienza, ha scritto di sport dal 1986 al 2013 e di cultura del vino a partire dal 1998. Ha insegnato per dieci anni Storia dell’Arte e Geografia del Terroir presso l’UNISG di Pollenzo, e tiene attualmente corsi a tema enoico per la Treccani Accademia, nelle varie sedi nazionali. Ha pubblicato a tutt’oggi una buona dozzina di volumi, tra i quali “Castellina in Chianti. Territorio vino persone” (Associazione Viticoltori di Castellina, 2023), “Alle radici del Barolo” (Slow Food Editore, 2022), “Vernaccia di San Gimignano. Vino Territorio Memoria” (Consorzio Denominazione San Gimignano, 2016), il pluripremiato “Borgogna – Le vigne della Côte d’Or” (Paolo B. Buongiorno, 2017), e congiuntamente a Giampaolo Gravina e Fabio Rizzari “Vini da Scoprire” (Giunti, Firenze, 2016), “La riscossa dei vini leggeri” (Giunti, Firenze, 2017) e “Vini Artigianali Italiani” (Paolo B. Buongiorno, 2018).

“Viaggio in Franciacorta. Un diario” (2024), è il suo primo libro per Treccani e il primo a contenuto narrativo.

Il titolo sicuramente vi potrebbe dare un’idea di ciò che racchiude questo tomo. Personalmente, credo che non possiate immaginare il “vero” contenuto se non lo leggete.

Un uomo percorre, di comune in comune, questo territorio prettamente vitivinicolo. In auto e a piedi. Alcune tappe sono appuntate. Ma solo alcune. Molto spesso ciò che scopre non è pianificato. Osservando lui scopre, si emoziona, si incuriosisce. 

È un diario spontaneo, con scatti fotografici apparentemente causali ma, in vero, intimi, raffinati, indicativi e anche romantici. 

Di area in area, ho scoperto luoghi permeati di storia e cultura, ho imparato dettagli che non conoscevo, ho osservato edifici e aree intere da un punto di vista differente. 

Io – ed ogni lettore – ero il pellegrino in viaggio. Lo stile e la spontaneità che Armando ha usato in questo libro porta ad immedesimarsi nel narratore e si percepiscono anche le sue emozioni, le sensazioni. 

Inoltre, in una zona conosciuta prettamente per il vino – che amo molto -, grazie a questo testo si evince uno spessore ancora più profondo e una storia e una sfaccettatura artistica non da poco e che spesso passa in secondo piano, se non addirittura sconosciuta ai più.

Che dire? Ora guardo alla mia Franciacorta con un ulteriore occhio di riguardo e fascino. Tutto questo grazie a questo viaggio letterario che mi sembra di aver vissuto a braccetto con Armando Castagno.

Alla prossima recensione, la vostra Ele