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Recensione di “Fake accounts”

Buongiorno cari lettori, eccomi qui con una nuova recensione per voi.

Questo mese la casa editrice Bompiani mi ha fatto omaggio di questa nuova uscita letteraria che, per i più informati, è frutto di dibattito e scontro fin dalla sua uscita all’estero; ancora prima di arrivare in Italia se ne parlava sui canali letterari e su riviste.

Ma perché?

Credo che sia necessario sintetizzare una biografia dell’autrice, Lauren Oyler, per darvi i primi tasselli.

Lauren Oyler è nata e cresciuta in West Virginia. Vive a Berlino e scrive per il New Yorker, la London Review of Books, il New York Times MagazineHarper’s MagazineBookforum e altre riviste.

Cito un articolo di harpersbazaar.com :

Lauren Oyler è conosciuta principalmente per le sue recensioni spietate, in cui smonta un pezzo alla volta i casi letterari dell’anno (il suo pezzo su Jia Tolentino ha mandato in crash il sito della London Review of Books, stesso clamore ha avuto quello su Sally Rooney) spiegando con pazienza perché si tratti di casi e non di capolavori: si è guadagnata, insomma, il ruolo di castigatrice dei prodotti culturali, di quei libri scritti come serie televisive e che poi diventano serie televisive, pronta a punire tutti i gusti facili che ci sono stati presentati come sofisticati. Da un certo punto di vista il suo ruolo è opposto e identico a quello della stampa contro cui si batte e si nutre dell’erotismo della punizione, ma non per questo non ha ragione, anzi è bravissima nel suo lavoro.

Dopo questa premessa, vi parlo del libro.

Una ragazza, dubitando d’esser tradita, riesce a prendere il cellulare del fidanzato, Felix, e controllarlo alla ricerca di qualche fantomatica relazione.

Certo è che trova qualcosa, ma non quello che immaginava: il suo ragazzo è un celebre complottista anonimo.

Cosa fare? Quasi si sente sollevata e pensa di usare questa scoperta per poterlo lasciare.

A cambiarle i piani è un terribile incidente che la riporta a Berlino, città dove lei e Felix sono cresciuti.

È proprio in questa città che inizia ad immergersi nel mondo degli expat e di situazioni che lascio a scoprire a voi… ma sappiate che non è mai tutto come crediamo, come sembra.

 Che dire?

Come vi immaginate lo svolgersi della trama?

Lo stile dell’autrice?

Serioso o ironico?

Realistico o fantasioso?

Preciso, quasi saggistico o sciolto e discorsivo?

Io mi sono tuffata nella lettura quasi alla cieca e mi sono trovata a sorridere per l’ironia che impregna le pagine di questo testo.

Stavo iniziando a riflettere mano a mano che la trama proseguiva ma rischiavo di rallentare e, forse, di frammentare la storia.

Allora, ho deciso di leggerlo a ruota libera e di riflettere solamente al termine della lettura.

Decisamente una scelta corretta.

Quando ho chiuso questo testo, mi sono assaliti dei dubbi: finzione o realtà? Una matrioska di avvenimenti e di pensieri che camminavano su un filo leggero dove ero indecisa tra presa in giro lungo tutta la trama e sagace espressione del mondo odierno.

Mi sono fermata, isolata e ho iniziato a riflettere… così ha vinto la seconda opzione.

Ho immaginato la differenza tra realtà dei fatti e come noi la “riadattiamo” a come la vogliamo vedere e/o mostrare a infiniti sconosciuti che ci seguono online.

Descrive noi millennial (ma non solo) e quanto i social e tutto il mondo tecnologico ci condizionino e siano filtro d’assuefazione e manipolazione.

Ironia e realismo della futilità dei pensieri e della “bella presenza in pubblico” fanno da filo conduttore.

Un esordio talmente controverso che non so cos’accadrà a “Fake accounts” ma… ne stiamo parlando, no?

Non è forse questo lo scopo del libro? Lo scopo dei social? Spiare e mostrarsi. E “Fake accounts” ha fatto proprio questo: spiato la società e l’ha mostrata; poi sta ad ognuno di noi decidere cosa vuole vedere e cosa pensa di questa trama.

 

Alla prossima recensione, la vostra Ele

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