Interviste

Intervista a Davide Tecce, il librario romano che fonde letteratura e cinema

Ciao amici, eccomi qui con un’altra intervista.

Oggi voglio farvi conoscere Davide, un amico conosciuto nel web grazie ai libri.

Vi starete chiedendo perché l’ho intervistato; la risposta è semplice: perché ama i libri ed è un librario quindi chi meglio di lui può parlare di ciò che amo e che credo amiate tutti voi miei seguaci!

Ciao Davide, grazie per aver accettato di esser sottoposto a questo interrogatorio!!!

Ti va di descriverti ai nostri lettori che non ti conoscono?

Con piacere!  Mi chiamo Davide Tecce, vivo a Roma e il prossimo marzo compirò 35 anni. Sono una persona di indole curiosa e socievole, con una passione per il cinema, i libri e i fumetti che mi accompagna sin dall’infanzia. Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di riuscire a trasformare questa passione in professione: dal 2013, infatti, dopo gli studi in Scienze Politiche ho cominciato a lavorare in libreria, seguendo un percorso che dura a tutt’oggi e che spero possa continuare ancora a lungo, malgrado le difficoltà e le problematiche che sappiamo tutti contraddistinguere il settore. Dal maggio 2017 sono un utente attivo su Instagram, con un profilo che ho scelto di dedicare all’universo editoriale e librario: è proprio in questo modo che ci siamo conosciuti, Elenia 😄.

Partiamo dal divertente. Ci racconteresti qualche esperienza particolare avvenuta in libreria?

Ne avrei a bizzeffe da raccontare, non basterebbe una serata intera! Alcuni episodi sono piuttosto buffi, altri decisamente… imbarazzanti 😅.

Uno di quelli che ricordo con più piacere risale a quando lavoravo in una libreria specializzata in campo religioso: un giorno entrò un’anziana signora che cercava un libro dedicato a un santo cui era molto devota. In quell’occasione mi confessò che si sentiva legata a lui poiché era riuscita a incontrarlo di persona, nonostante fosse morto due anni prima che lei nascesse. Nel sentire questo, ovviamente, la mia espressione si fece piuttosto perplessa, al che la simpatica vecchina mi prese da parte e cominciò a descrivermi la sua storia, costellata di apparizioni mistiche e continui contatti con gli spiriti dell’aldilà. Da allora, a ogni suo passaggio in zona, la signora non ha mancato di venire a farmi visita e mettermi al corrente delle sue ultime visioni, addirittura consegnandomi alcuni fogli manoscritti sui quali aveva impresso le sue testimonianze.

Decisamente imbarazzante, invece, una scena cui ho assistito pochi mesi fa lavorando in una nota libreria di catena: due signore, imparentate tra loro, sono entrate per cercare un libro sugli animali da regalare al nipotino, ma presto hanno cominciato a litigare sulla scelta fino al punto in cui una ha mollato all’altra un paio di ceffoni, quasi cadendo a terra a propria volta per la foga! Tutto questo dinnanzi ai miei occhi scioccati…

Insomma, altro che posti tranquilli e noiosi: in libreria se ne vedono e se ne sentono di tutti i colori – e non nascondo che proprio questo sia uno dei lati più curiosi e divertente del mestiere 🤭.

Dai, ora faccio la seria; secondo te c’è una netta differenza tra l’editoria di una volta e quella di oggi? Se sì, in cosa e perché?

Anche se personalmente sono entrato nel settore solo in tempi recenti, confrontandomi grazie al lavoro con altre generazioni di librai e professionisti ho potuto capire quanto l’editoria sia profondamente cambiata nell’arco di pochi anni, soprattutto per effetto della tecnologia: per quanto riguarda, ad esempio, il mondo delle librerie, lo sviluppo dei computer, delle comunicazioni elettroniche e dei software gestionali ha permesso di semplificare e velocizzare le varie operazioni che scandiscono la vita del negozio (carichi e inventari, catalogazione dei titoli, ordini ai fornitori, gestione del magazzino, registrazioni contabili ecc.), riducendo anche il numero di lavoratori necessari per compierle. Al tempo stesso, la diffusione di internet ha reso più autonomo l’utente, che ora può fare i suoi acquisti senza doversi recare per forza in libreria o affidarsi al ruolo del libraio. Tutto questo modifica sostanzialmente lo scenario e comporta una serie di sfide che mettono in crisi l’identità e la funzione storica della libreria.

Per quanto attiene poi alle case editrici, anche qui l’avvento dei computer e del web ha comportato sensibili mutamenti sia nel modo di realizzare i libri sia in quello di promuoverli: la pubblicazione è divenuta più facile e rapida, il numero di titoli disponibili è drasticamente aumentato (solo nel 2018 le novità editoriali in veste cartacea sono state oltre 75.000!) e di conseguenza far emergere le proprie proposte in questo oceano di numeri e sigle risulta sempre più difficile. 

Al di là di questi aspetti, comunque, una cosa è rimasta certamente invariata tra l’editoria di ieri e quella di oggi: mi riferisco alla passione per i libri e la lettura, che continua a rappresentare, più di qualunque altra motivazione di natura economica o culturale, il carburante primario per chi lavora nel settore.

Quali sono i libri più venduti o richiesti in questi anni?

Premesso che il mondo del libro viene generalmente suddiviso in tre grandi categorie – testi scolastici, testi per bambini/ragazzi e testi di varia per adulti, ovvero narrativa e saggistica – gli ultimi anni hanno registrato la crescita di vendite più consistente con riferimento ai titoli per giovani lettori, il che appare un segnale positivo, a testimonianza che le famiglie ritengono utile investire sulla formazione culturale delle nuove generazioni. 

Nell’ambito invece della varia per adulti, con riferimento ai libri di narrativa quelli che vanno per la maggiore sono i romanzi gialli e storici, mentre nel caso delle opere di saggistica prevalgono quelle incentrate sull’attualità socio-politica o legate al benessere personale (psicologia, alimentazione, manuali di auto-aiuto…).

In generale possiamo dire che il successo di un libro si lega molto spesso al nome del suo autore, magari perché divenuto celebre in un certo settore (come ad esempio Andrea Camilleri, Maurizio De Giovanni, Gianrico Carofiglio e Antonio Manzini per i racconti gialli) oppure perché si tratta di un personaggio di spicco nel mondo televisivo o del web (vedi il caso di Fabrizio Corona, Giulia De Lellis, Luì e Sofì). Ma non mancano, per fortuna, titoli che riescono a vendere bene pur appartenendo a generi minoritari o a trattare argomenti diversi dal solito: penso ad esempio ai libri del prof. Stefano Mancuso, che pur essendo inizialmente noto a pochissimi è riuscito a far appassionare migliaia di italiani all’universo vegetale e ai suoi misteri.

Credi ci sia un divario tra la letteratura profonda (come romanzi complessi, poesie, saggi) e quella più leggera (romance, young fantasy, ect)?

Le opere letterarie possono avere qualità artistiche differenti, ora elevate ora mediocri, ma non ritengo giusto fondare queste differenze sul genere di appartenenza, altrimenti si incorre in un pregiudizio. Un libro si definisce bello quando è scritto bene, affronta temi importanti, scuote l’animo del lettore, spinge alla riflessione, a prescindere che si tratti di un’opera di saggistica, di un testo poetico, di un romanzo realistico (mainstream, secondo la dicitura anglosassone) o di un racconto di genere (giallo, fantasy, fantascientifico, horror, romantico…).

Tengo molto a precisare questo perché, da amante di fantascienza e fumetti, mi rendo conto di quanto purtroppo sia facile e diffuso giudicare alcune tipologie letterarie in base a valutazioni infondate, false e preconcette. Esiste una forma di «razzismo» anche nei confronti dei libri, nella misura in cui si ritiene che certi testi siano privi di qualità solo per il fatto di appartenere a un certo genere.

Detto questo, è evidente come nel contesto librario ci siano titoli dotati di spessore artistico e titoli di basso livello, creati solo per inseguire il successo commerciale. Prendiamo un caso concreto, che di recente ha fatto molto scalpore: lo scorso 3 ottobre è uscito «Le corna stanno bene su tutto. Ma io stavo meglio senza!» di Giulia De Lellis, ex partecipante a programmi tv come «Uomini e donne» e «Grande Fratello VIP». Il libro è subito schizzato in cima alle classifiche, totalizzando migliaia di copie vendute e facendo indignare moltissimi lettori e librai. Personalmente dissento da tali posizioni critiche e preferisco adottare una diversa visione: posto che il libro in questione non ha né qualità né pretesa artistica, io difendo la sua esistenza e provo piacere per il fatto che sia stato letto da tante persone. Certo, sarebbe stato molto meglio se quelle persone, al suo posto, avessero letto Dostoevskij, ma ragioniamo su questo aspetto: chi sono i lettori di Giulia De Lellis? Coloro che divorano pile di classici ogni mese? O forse persone che, senza di lei, non avrebbero nemmeno preso in mano un libro nel corso dell’anno? Io penso che la stragrande maggioranza appartenga a quest’ultima categoria. E proprio per questo trovo bellissimo che un testo del genere, pur con tutti i suoi limiti, abbia spinto alla lettura tanti italiani che altrimenti ne sarebbero rimasti a distanza. Perché la lettura è sempre un atto significativo, mai neutrale, e nessuno può escludere che, anche partendo da un testo sempliciotto, si possa arrivare a esperienze letterarie più significative. In fondo questo vale per tutti noi, no? Nessuno è nato con «La Divina Commedia» in mano. Per questo motivo, senza negare la differenza tra ciò che arte e ciò che non lo è, io mi schiererò sempre a difesa dei libri e dei lettori, nella convinzione che leggere sia un’esperienza fondamentale, a prescindere dal testo con cui decidiamo di confrontarci in base ai nostri gusti, la nostra sensibilità, la nostra maturità.

Trattando il mio specifico tema artistico, la poesia, com’è inserita oggi nello spettacolo editoriale?

Malgrado rappresenti una delle forme più antiche e più illustri dell’espressione letteraria, la poesia si trova oggi a fare i conti con uno scenario per molti versi paradossale: gli scrittori impegnati nel campo costituiscono una comunità quantitativamente piccola ma al contempo qualitativamente attiva e importante, capace di raggruppare numerosi «lettori forti».

Inoltre, se dal punto di vista commerciale i libri di poesia non si traducono quasi mai in una fonte di guadagno per l’editore che decide di pubblicarli o per il libraio che dedica loro un certo spazio in negozio, la presenza di opere poetiche nel catalogo di un editore o nell’assortimento di una libreria permette di qualificarsi come seri e meritevoli agli occhi dei lettori.

Consideriamo poi l’impatto dei social network: applicazioni come Instagram hanno moltiplicato la tendenza degli utenti a pubblicare pensieri, riflessioni, espressioni emotive che possono essere assimilate alla forma poetica; al tempo stesso, però, lo spontaneismo e il dilettantismo che caratterizza molti di questi post ha poco a che fare con la ponderatezza, la raffinatezza, la qualità artistica che contraddistinguono la «vera poesia».

Questi e altri aspetti sono sintomi di problemi che la poesia si trova da tempo ad affrontare, ma anche la testimonianza della sua vitalità e attualità.

Credo che tu, come me, ami i cartacei, il profumo della carta, la sua ruvidità, la passione che scaturisce dal tenere in mano un volume ma credi che i libri di carta siano destinati a lasciare il podio all’e-book? 

Nel periodo iniziale della loro diffusione, gli e-book hanno spinto molti a ritenere che l’epoca del libro cartaceo fosse ormai giunta al termine. I fatti, tuttavia, hanno smentito queste catastrofiche previsioni: ad oggi nel nostro Paese gli e-book rimangono minoritari sia in termini di produzione editoriale che di preferenze dei lettori (si vedano, in proposito, i report dell’Istat e dell’AIE sulla produzione e la lettura di libri in Italia).

Al di là dei dati statistici, ritengo che i libri stampati e quelli elettronici siano destinati a convivere pacificamente, senza che l’uno possa aspirare a sostituirsi completamente all’altro: l’e-book mostra indubbiamente dei vantaggi, in primis la comodità di trasporto e la capienza, nonché l’utilissima funzione che permette di ricercare determinate parole all’interno del testo; il libro cartaceo, dal canto suo, offre un’esperienza di lettura che in termini di immediatezza, coinvolgimento e gratificazione non può essere nemmeno lontanamente equiparata a quella fatta sullo schermo di un e-reader o di uno smartphone. Probabilmente, nel prossimo futuro, l’evoluzione tecnologica permetterà a tali dispositivi di raggiungere le performance del testo stampato. Ma, anche in questo caso, mi sento di escludere che ciò si tradurrà nella scomparsa nei libri di carta: essi continueranno a venire prodotti, e anzi saranno più belli e curati che mai proprio per differenziarsi dalle versioni digitali. Non occorre, inoltre, dimenticare che mentre l’e-book avrà sempre bisogno di un supporto tecnologico per essere fruibile, il testo stampato rimarrà autonomo e autosufficiente, non richiedendo altro, per essere goduto, che di venire preso in mano e sfogliato.

Cosa consiglieresti ai tuoi clienti che vogliono acquistare un libro?

In generale, prima di consigliare un titolo specifico, cerco sempre di capire meglio la persona cui esso è destinato, informandomi ad esempio circa i suoi gusti, i suoi interessi, le letture che le sono piaciute, gli autori che preferisce. Consigliare un libro è un’operazione molto più complessa di quanto possa apparire, e se si vuole evitare di dare un’indicazione sbagliata occorre tenere in considerazione una grande molteplicità di fattori, tra cui il livello letterario del lettore e il suo grado di apertura alle nuove esperienze.

Di getto, senza pensarci, quale libro attuale mi consiglieresti di leggere ora?

Considerando la tua passione per la poesia, se non l’hai già letto ti consiglierei «L’amorte» di Alessandro Bergonzoni, edito da Garzanti. Oppure un classico come il «Libro dell’inquietudine» di Fernando Pessoa in versione Einaudi, la cui curatela, affidata a Paolo Collo, esalta come non mai lo stile lirico e ammaliante dello scrittore portoghese.

Tu, invece, cosa stai leggendo?

Da qualche anno mi piace dedicarmi a più letture contemporaneamente, a seconda dei momenti e delle situazioni, variando anche molto le tipologie di libri. Negli ultimi giorni, ad esempio, ho terminato «Il canto dell’usignolo» di Lian Hearn, edito da e/o (primo capitolo di una saga fantasy ambientata nel Giappone feudale), e sto ultimando «Philip K. Dick. L’uomo che ricordava il futuro» di Anthony Peake, edito da Gremese (un’avvincente biografia del grande scrittore americano, di cui sono un appassionato collezionista). Al tempo stesso, approfittando dei momenti in cui mi muovo per la città coi mezzi pubblici, mi sto dedicando a «Le notti difficili» di Dino Buzzati, pubblicato da Mondadori (una splendida raccolta di racconti che ho acquistato in edizione vintage). L’ultima lettura che ho iniziato, infine, è «Roma senza papa» di Guido Morselli, che mi sta regalando soddisfazioni impagabili.

Tra i libri che hai letto, ce n’è uno di cui vorresti esser il protagonista? Se sì, perché?

Sì, mi piacerebbe essere il protagonista di «Siddharta» di Herman Hesse, perché trovo che non ci sia nulla di più bello e significativo che afferrare il senso profondo dell’umanità dopo aver attraversato, e sperimentato appieno, le diverse stagioni della vita.

Ora, toccando un’altra tua passione, vorrei sapere… è meglio la trasposizione cinematografica di un libro o il romanzo? 

Essendo appassionato sia di cinema che di letteratura, trovo questa domanda molto stimolante! Nella maggioranza dei casi i film tratti dai libri risultano inferiori alla loro controparte cartacea, finendo per semplificare il contenuto, omettere personaggi e situazioni, sbiadire il fascino e la complessità dell’opera originale. Per fortuna esistono anche importanti eccezioni, che dimostrano come il mezzo cinematografico abbia di per sé tutti gli strumenti per offrire un’esperienza degna dei migliori romanzi, a patto che si sia in grado di sfruttarli.

Pensiamo a pellicole come «Furore» di John Ford (tratto dall’omonimo, splendido romanzo di John Steinbeck) e «Stand by me – Ricordo di un estate» di Rob Reiner (ispirato a «Il corpo» di Stephen King), che riescono a riprodurre sul grande schermo l’atmosfera e il messaggio dei rispettivi libri, per non parlare di «Shining» di Stanley Kubrick, la cui resa artistica è addirittura superiore a quanto si legge nel testo di King.

Il caso di trasposizione da romanzo a film che ritengo più significativo, comunque, rimane a mio avviso quello che lega «Ma gli androidi sognano pecore elettriche?» di Philip K. Dick a «Blade Runner» di Ridley Scott: mai come in questo caso, infatti, opera letteraria e opera cinematografica appaiono al tempo stesso correlate e indipendenti, finendo per convivere sullo stesso piano e alimentare a vicenda l’interesse dei lettori/spettatori.

Qual è il miglior film tratto da un libro?

In questo caso rispondo senza dubbio «2001: Odissea nello spazio», che personalmente considero la più immensa e straordinaria pellicola di tutti i tempi, realizzata a partire da un racconto di Arthur C. Clarke intitolato «La sentinella» e a sua volta ispiratrice dell’omonimo romanzo.

E soprattutto, qual è il miglior libro da cui è stato tratto un film?

Caspita, questa sì che è una domanda difficile! 😬 Dovendo considerare la qualità artistica del soggetto letterario, oltre al già citato «Furore» ci sono almeno altri tre titoli imprescindibili che non posso fare a meno di indicare: «Il buio oltre la siepe», «La coscienza di Zeno» e «Il deserto dei tartari».

Infine, se dovessi partire e ti dicessero di portarti dietro solo tre libri che vorresti rileggere, quali sarebbero?

Anche questa è una domanda niente male! 😄 Pensandoci un po’ credo che opterei per «Terra degli uomini» di Saint-Exupèry, «Infinite Jest» di David Foster Wallace e «L’esegesi» di Philip K. Dick: il primo perché è semplicemente il mio libro del cuore, quello a cui voglio più bene e dal quale non potrei mai separarmi; il secondo e il terzo perché finalmente avrei il tempo e la calma necessari per rileggerli bene da cima a fondo 🤭.

Grazie mille simpatico libraio!

Grazie a te per l’intervista, mi sono divertito molto a rispondere ed è stata anche una bella occasione per riflettere su tante questioni 🥰.

Ecco amici, queste sono le minuziose parole di Davide…che dite? Vi ha fatto tuffare nel suo mondo e nella sua passione per i libri?

Io spero di si.

Alla prossima intervista!

Un abbraccio a Davide e a tutti voi

La vostra Ele

🤗

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