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Recensione di “L’uomo che suonava Beethoven”

Cari lettori, buona domenica.

Ieri, mentre mi rilassavo in vasca, mi sono avventurata in questa lettura d’altri tempi.

Joseph suona il pianoforte nelle stazioni e negli aeroporti. Suona e aspetta. Finché un giorno Rose, il suo primo amore, non scenderà per caso da un treno o da un aereo riaffiorando dal passato. Quasi nessuno si accorge di lui. I più attenti apprezzano il tocco delle sue dita esperte ma la maggior parte attraversa veloce i grandi atrii. A quei pochi che gli chiedono di lui, Joseph racconta della propria vita. La morte dei genitori quando aveva quindici anni, l’orfanotrofio sui Pirenei, la crudeltà dell’abate. Joseph è sopravvissuto solo grazie a una strana società segreta e all’incontro con Rose. E adesso non può che aspettare ciò che gli è stato promesso.

Sono stata attirata da questo libro grazie al titolo e alla copertina: il pianoforte è da sempre una “coperta di Linus” per me.

Fin dalle prime pagine scopriamo subito cosa significhi il dolore, da cosa è “composto” e come ci perseguiti. Di pari passo l’esser orfani, la conseguenza di questa ferita e il malvagio mondo che c’era dietro agli orfanotrofi.

Attraverso Joseph e lungo questa trama scopriamo un tempo non molto lontano dal nostro dove la discriminazione etnica, il cielo sociale e la chiesa erano fulcri e metri di giudizio insindacabili.

Ci addentriamo dentro al mondo delle violenze, del silenzio davanti agli abusi, delle lotte per sopravvivere e cercare quell’amore, quel sentimento perso insieme ai legami famigliari.

Di pari passo c’è la passione per la cultura e la musica che, nel caso di questo protagonista, diventa anche la sua ancora di salvezza e il mezzo attraverso il quale scopre il sentimento dell’amore.

Solo Beethoven -e chi conosce la sua storia sa la tristezza racchiusa- la via d’uscita o, quantomeno, uno spiraglio di aria in un mondo di silenzio e bigottismo.

Scopriamo alcuni aspetti degli anni del passato vicino e ci possiamo porre delle domande riguardo al dolore che era vissuto, alle menzogne, alle ipocrisie, alle violenze sui minori e da parte della chiesa.

Credo che si tratti di un romanzo che omaggia tutti quei bambini che hanno vissuto negli orfanotrofi, tutte quelle persone che hanno sofferto e cercato una loro strada, tutti coloro che si portano dietro una cicatrice immensa -visibile o meno- che segna a vita.

Con una scrittura toccante e viva, con un talento da far commuovere e un realismo come pochi, Jean-Baptiste Andrea ha scritto un romanzo immensamente destabilizzante e sincero.

Alla prossima recensione, la vostra Ele