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Recensione di “Il nocciolo selvatico”

  • Casa editrice: Melville Edizioni

Buongiorno cari lettori, ho appena terminato la lettura di questo romanzo e mi preme parlarvene a cuore aperto.

Siamo nel Nord Italia degli anni Cinquanta dove una giovane Medea narra la sua vita nella famiglia composta da una madre depressa, una sorella che esce dalla sua camera dopo aver avuto il secondo figlio, un cognato a cui si lega e le brevi e sporadiche lettere del padre che lavora all’estero e che la protagonista non vede da un tempo infinito.

Mi sono addentrata in queste pagine senza presunzioni o dogmi e mi ritrovo alla fine con un grande dolore addosso per le vicende che vengono narrate di pagina in pagina.

Addentrarsi in una vita di sofferenza, di silenzio, abuso, incomprensione, violenza, solitudine, assenza, spesso può sembrare facile, soprattutto attraverso un libro; ma “Il nocciolo selvatico” ti penetra nelle ossa, ti scombussola, destabilizza davvero.

Attraverso la scelta narrativa dell’autrice, dove la protagonista narra in prima persona , leggi tutto il testo con gli occhi di una bambina e, in parallelo, ti trovi ad elogiarne la trama e la sintassi in quanto ogni aspetto pare davvero reale e ben integrato nell’età della giovane Medea e nei pensieri che effettivamente una persona della sua età ha e interpreta.

In questo romanzo viene affrontata in primis la figura genitoriale della madre che è depressa, manesca, egoista… direi tutto fuorché una mamma.

Si estende nelle pagine l’importanza del ruolo genitoriale e le conseguenze che esso ha nella vita, nella psiche, nel comportamento della prole.

Di pari passo la mancanza di cultura, di studio, di crescita che “stoppa” le capacità del singolo e annulla l’autostima.

Ci troviamo anche davanti all’assenza fisica del genitore che, per quanto possa esser amorevole nei momenti di presenza, segna indelebilmente la figlia portandola a legarsi all’unica figura maschile della famiglia che, in questo caso, è incarnata dal cognato. 

Si prosegue lungo la “linea” della sanità fisica: la mancanza di nutrizione adeguata e d’attenzione verso la figlia, l’assenza di spiegazione riguardo al proprio corpo, alla biologia, alla procreazione e, semplicemente, alla mestruazione.

Ovvietà al giorno d’oggi (ma non ovunque), ma che possono generare conflitti, distanze, mancanza di conoscenza di se e, di conseguenza, errata considerazione dei rapporti e della vita nella totalità.

La violenza è il filo conduttore (implicito ed esplicito in molti tratti) che pervade le pagine – a braccetto con l’abbandono e la solitudine-, portandolo all’estremo gesto e alla “follia” mentale che viene esternata nelle parti conclusive e concretizzata nelle azioni.

Quindi, cosa rimane di queste pagine? Perché leggerle?

Per riflettere, prima di tutto.

Per capire che non tutte le famiglie, anche ai giorni d’oggi, sono belle, amorevoli, forti, felici.

Poi, serve a confrontarci con noi stessi, con i genitori/figli/cognati/amici/compaesani che siamo.

E, non da meno, scaturisce un’analisi della figura femminile, della donna e, in parallelo, del ruolo e dell’importanza che ha una famiglia; tale valore che determina fortemente la mente e il corpo dei componenti.

Si tratta di un romanzo forte, non facile sia per tematica sia per lo stile scelto dall’autrice.

Un testo che sento davvero veritiero e che smuove nel profondo.

Alla prossima recensione, la vostra Ele

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