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Recensione di “L’inganno delle buone azioni”

Titolo: L’inganno delle buone azioni

Autrice: Kiley Reid

Casa editrice: Garzanti

Buongiorno lettori, la notte appena passata l’ho sfruttata per completare questo libro. 

Tutto si svolge pochissimi anni fa e in America dove una ragazza afroamericana si trova a far da babysitter alla primogenita di una influenzer bianca. Tra crisi post-parto, perbenismi, saccenteria, gelosia e poca sincerità, Emira si scontrerà con il razzismo, con la supremazia bianca, con il bigottismo, con l’amore sbagliato, con la freddezza e la necessità di crescere.

Le buone azioni, tutti noi, o quasi, le facciamo ma hanno obiettivamente un peso sempre differente. 

Ci sono quelle sincere, prive di secondi fini (consci e inconsci) come quelle fatte dalle persone amiche e poi ci sono quelle che servono a darci una metaforica auto pacca sulla spalla per sentirsi bene con se stessi e brav* nella società. 

Ecco, queste sono ingannevoli ed fanno da filo conduttore in tutta la questa storia. 

Ci troviamo in America durante la lettura e ci accorgiamo di quanto sia attuale rispetto alla cronaca che arriva anche in Italia e allora dovremmo riflettere in quanto qui l’integrazione è ancora più indietro rispetto a quel territorio. 

Attraverso questa storia ci si scontra con i classici cliché e su una quantità immensa di  stereotipi raziali che fanno ancora parte del pensiero globale. 

In parallelo la genitorialità, quel bisogno di appartenere a questo ruolo senza volerlo attuare realmente, quel subordinare gli oneri e i piaceri del crescere i figli solo per non volerci passare del tempo insieme arrivando perfino a non conoscere cosa piace loro. 

Questa tematica è assai delicata ma moderna e diffusa in ogni cultura occidentale; io stessa mi trovo spesso a confrontarmi con questa situazione che non mi appartiene ma che porta molti soggetti a chiedermi come mai ho deciso di esser presente nella vita di mia figlia. 

La mia risposta è sempre la stessa: nessuno sceglie di venire al mondo e un genitore ha il dovere (oltre che l’immensa opportunità) di crescere e proteggere i propri figli. 

Ecco, credo che fondamentalmente sia questo il secondo messaggio che arriva da questo romanzo: la fusione e l’importanza di crescere coloro che mettiamo al mondo evidenziando come la nostra presenza (o la nostra assenza) siano fondamentali per il pensiero e l’emotività presente e futura di chi abbiamo messo al mondo. 

Vi sono anche altri sotto-argomenti presenti in questo romanzo e potrei descriverveli nei dettagli però rischierei di svelarvi ogni delicato e soggettivo aspetto trattato, quindi lascio a voi scoprirli. 

Quello che è certo è che questo testo, espressione di due punti di vista differenti e di due vite opposte, è davvero ben scritto come stile giornalistico anche se non lascia creare empatia, coinvolgimento. 

Porta a riflettere, quello è certo ma rimane sul filo del rasoio delle emozioni che mi aspettavo di trovare. 

Più che un romanzo (inteso come termine specifico), mi sembra un esempio da inserire in un saggio sul razzismo e la diversità. 

È moderno, veritiero, complesso e degno di una riflessione del tutto personale, questo è certo. 

Ora tocca a voi, un abbraccio

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