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Recensione di “L’abbaglio del tempo”

Cari lettori, ho appena terminato questa lettura che mi è stata affidata all’interno di “Il torneo letterario di Robinson” di Repubblica e credo di dover fare un respiro profondo prima di scegliere le parole con cui descrivervelo.

Sono certa che molti di voi conoscano -o abbiano sentito parlare- dell’autrice di questa biografia composta da dialoghi, monologhi, racconti, quindi tralascio la biografia per andare al sodo.

Ho pianto, ve lo giuro, perché mi rivedo in lei.

Nonostante io possa esser sua figlia, sono nata e ho vissuto in un paese dove (ancora negli anni ’90) non esisteva il bagno in casa (mia nonna defecava esattamente fuori casa in luoghi come quelli descritti dall’autrice) e l’atmosfera -o meglio, lo stile famigliare- non era molto differente da quello narrato in queste pagine.

Ritrovarsi quasi a ritenere che sia la propria storia ad esser narrata è davvero strano, inverosimile, ma vi assicuro che è proprio così. Vi lascio intuire come ci si possa sentire e quanta empatia scaturisca nella lettura.

Trovo questa biografia molto coinvolgente ma, fidatevi, non perché mi appaia come la mia medesima, bensì perché è narrata quasi come fosse un diario per sé stessi, quasi come se l’autrice fosse di fronte a noi e, in base a ciò che le passa per la mente, al ricordo di quel momento, condividesse la sua esperienza mettendosi a nudo.

Ci si ritrova a toccare tematiche delicate quanto importanti e che spesso, ancora oggi, si cerca di nascondere sotto il cuscino.

Ciò che ho amato di più di questo libro è proprio il fatto che non si ferma a perbenismi, a “sotterfugi” ma, con delicatezza narra di avvenimenti dolorosi, abominevoli ed esce dal selciato di ciò che la società cerca di nascondere.

Troviamo argomenti come la violenza, la derisione della donna, l’annullamento della personalità, la freddezza glaciale di un genitore che acconsente placidamente ad abusi, che egoisticamente annulla autostima e gioia della prole, che di legame ha solo quello del sangue ma non emotivo.

Sarà che la mia esperienza mi ha portata a non credere nella religione, a non credere nei legami famigliari, a non credere ai doveri della società, ma ritengo che Ermanna Montanari sia riuscita a portare il lettore in un conflitto interno molto forte dove ella, mettendosi totalmente a nudo, diventa esempio e affronta i suoi incubi nuovamente.

Si delinea un filo psicologico importante fin dalle prime pagine e si capisce quanto ogni evento della nostra vita ci caratterizzi e segni costantemente diventando quasi un marchio mentale per noi stessi.

Guardare indietro, ripensare al nostro passato dopo anni, ci porta a scoprire emozioni, eventi, interpretazioni che non volevamo (o non riusciamo) a vedere; gli psicologici userebbero il termine dissociazione.

Non so cosa penserete voi di questa lettura, non so se e come l’affronterete, ma auspico che vi mettiate in gioco, che entraste nei panni dell’autrice (e di molte vite nel mondo) perché questa storia di vita (che inizia anni e anni fa) non è differente oggi… cambiano forse alcune comodità ma molte situazioni, molti rapporti, non sono mutati e magari, dopo aver scoperto “L’abbaglio del tempo”, aumenterà la consapevolezza che ogni vita è a sé stante, che ogni persona ha un suo vissuto e dei dolori silenziati al mondo quindi si potrebbe auspicare che il rispetto aumenti.

Un libro che mi ha davvero rapita, sconvolta, ammaliata, segnata e soprattutto, arricchita.

Alla prossima recensione, la vostra E

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