Interviste

Intervista a Nunzio Di Sarno

Buongiorno amici, poco tempo fa ho avuto il piacere di leggere e recensire “Mu”, la prima silloge poetica di Nunzio Di Sarno.

Ora condivido con immenso piacere e gioia, la mia intervista all’autore.

Ciao Nunzio, poeta, docente, amante della vita ma, chi è Nunzio Di Sarno? Lo trovo abbastanza innaturale descriversi e sarebbe troppo lungo. Forse dovresti chiederlo a chi mi conosce, ognuno avrebbe una parte.

Il termine Mu che poi hai utilizzato come titolo, viene dal giapponese; come ti sei avvicinato a questa cultura? Dopo le esperienze con lo yoga e la meditazione, sono approdato al buddhismo zen e sentivo molto vicini i ridanciani e folli praticanti zen. I paradossi di alcune pratiche mi attiravano molto. Mu ne è un esempio. E poi sono completamente lontani da questa idea dei sentieri spirituali così diffusa oggi, che va dal dogma alla svenevolezza, portando spesso ad un cambio d’abito, che non regge al soffio di una brezza leggerissima.

Com’è nata questa raccolta poetica? È nata mettendo insieme delle poesie degli ultimi 6 anni che avevano una risonanza comune. La spinta me la diede in particolare un concerto degli Zu. Ma lavoravo già a diverse raccolte ed avevo già pensato alla pubblicazione.

Sei laureato in lingue e letterature straniere ma credo che ci sia qualcosa di profondo che poi porta un poeta a scrivere in una lingua diversa da quella madre; possiamo sapere che legame c’è tra te e la lingua inglese? Non sono un purista della lingua, né credo di avere un amore particolare per l’inglese. È semplice praticità. Nei viaggi utilizzo l’inglese, ed è la lingua che mi è più familiare dopo il napoletano e l’italiano. I versi in inglese nascono in un ritmo e con immagini diverse, come si vede dalla raccolta.

Tramonti fucilano albe” è una poesia che mi ha colpita particolarmente; com’è nata? È nata dopo uno scontro tra me ed altri studenti durante un dibattito mentre frequentavamo un corso. All’uscita dall’aula, presi un treno per Roma e la scrissi lungo il viaggio, aggiungendo solo pochissime parole dopo qualche giorno. Nella poesia ci sono diverse tracce e riferimenti per capire bene di cosa si parla. Così come capita in altre, ci sono segni qui e là da incastrare per avere un quadro completo.

In molte poesie di questa raccolta c’è la natura, il mare e la neve. Ecco, la neve, come mai l’ami tanto? C’è qualche legame tra te e quel manto bianco? Avendo vissuto tra Napoli e provincia gran parte della mia vita ho pochissimi ricordi della neve. L’ho vista in altri luoghi. “Del perché gioire della neve” per esempio nasce al risveglio in una Firenze imbiancata, e descrive tutta la dinamica che mi attiva. Riguardo al bianco, come il vuoto, ricorre in molti versi. In un’altra raccolta, forse la prossima, c’è un’intera poesia in cui si parla della funzione del bianco. Sul mare avrei troppe cose da dire, ma anche qui, il senso è meglio affidarlo ai versi. 

A me sembri quasi il prof. John Keating di “L’attimo fuggente”: moderno, audace, passionale. Come dovrebbero essere secondo te i professori di oggi? Cominciamo a dire come sono: sottopagati, pavidi, frustrati e tutti sull’orlo di una crisi di nervi. La categoria che potrebbe bloccare un paese e rivoluzionarlo è quella più vessata e meno consapevole e politicizzata. La burocrazia, il ministero e le stupide idee riguardo alla didattica e alla formazione ammazzano i Keating e poi il romanticismo si tiene vivo solo con la lotta. Si riesce a lottare da soli solo in certe condizioni però.

C’è qualche tuo professore che hai nel cuore? Se si, perché? Non credo di aver nessun professore nel cuore. Ho un ricordo più forte di 3 professori atipici, quello di filosofia del liceo e U. Dotti e M. Costa dell’università. Il primo usava un metodo universitario con dei ragazzini di 15 anni, che li allontanava e gli faceva usare in malo modo la libertà che dava. Era preparatissimo e ho un ricordo tenero di quando durante un’assemblea ci prese la chitarra e cantò “Comandante Che Guevara”. Era stato pure marinaio mi pare. Ma non c’era un contatto profondo con gli studenti. Agli altri devo tanto rispettivamente per la mia visione della storia della letteratura italiana e dell’estetica dei media. 

Ai tuoi studenti cosa cerchi di trasmettere? Ogni insegnante trasmette quello che è, pure senza dare aria alla bocca. Cerco di alimentare lo spirito critico, ma è una fatica immane, visto che non sono abituati alla libertà e all’ascolto, e con tre ore a settimana per classe, in un contesto che si muove nella direzione opposta, mi pare di essere Sisifo. Non essendo per me una condanna, cerco di trovare strategie per evitare di sprecare energie inutili. 

A chi legge “Mu”, invece, cosa speri rimanga nella mente e nel cuore? La complessità che lo anima, che cerca di tenere insieme gli opposti ed andare oltre le visioni stereotipate, pure della poesia stessa. Le citazioni di apertura muovono in questa direzione.

Hai in mente altri progetti? Altri libri che potrò leggere? Sì, di diversa natura. Per ora ho delle proposte per la prossima raccolta, sempre però da piccole case editrici. Sperando possa arrivare qualcosa di più grosso.

Dai, dimmi tre libri che vanno letti almeno una volta nella vita.Zhuang-zi”, “La società dello spettacolo”, “I vagabondi del Dharma”. Tre libri di svolta in momenti diversi della mia vita, ma non riuscirei a consigliare un libro a tutti. Il terzo è comunque il libro che ho regalato di più quando avevo vent’anni.

C’è qualcos’altro che vuoi condividere con i lettori? Mu.

Grazie Nunzio.

Eccoci qui cari miei lettori, spero di avervi incuriositi.

Alla prossima intervista.

Un abbraccio, Ele