Interviste

Intervista al poeta Jonathan Rizzo

Ciao amici, dopo aver letto e recensitoLe scarpe del Flâneur”, l’ultima raccolta poetica di Jonathan Rizzo, edita da Ensemble, ho avuto l’opportunità d’intervistare il poeta e questa mattina ho il piacere di condividere con voi l’intervista.

Ciao Jonathan, grazie di aver accettato di esser intervistato.

Grazie a te per questa intervista.

Molti già ti conoscono grazie ai tuoi precedenti libri e al programma radiofonico “Al bar della poesia” che conduci, ma ti va di raccontare ai lettori qualcos’altro di te?

Basta leggere le mie poesie. Il resto è superfluo.

Cosa ti ha portato a scrivere poesie? E da quanto tempo componi?

Ad un certo punto della vita mi sono reso serenamente conto, come fosse un’epifania che fosse l’unica cosa che mi riuscisse con grazia e naturalezza.

Com’è nata “Le scarpe del flâneur”, la tua ultima raccolta poetica?

È un compendio di poesie parigine scritte passeggiando sui boulevards negli ultimi cinque anni. Ed oggi è giusto fosse il momento di questo capitolo.

Proprio come esprime il titolo, leggere questo libro richiama una camminata nei tuoi pensieri, nel tuo sguardo ma soprattutto nelle vie di Parigi; com’è nato questo legame tra te e questa magnifica città che per antonomasia richiama il romanticismo e la poetica?

“Quelli in gamba se ne vanno, i migliori vengono a Parigi” cit. Sono elbano napoleonico. Parigi è l’orizzonte naturale.

Tra le tue poesie mi ha colpita molto “Bestiario parigino” perché sembrava un dipinto con la contrapposizione allo specchio; com’è nata questa poesia?

È un omaggio allo stile di scrittura del mio primo libro, “L’Illusione Parigina” scritto nell’anno degli attentati. Pura Poesia, solo pura poesia.

Un’altra tua poesia inizia sottolineando quando un sognatore sia visto come un pazzo; tu credi che arriverà mai un giorno in cui riusciranno ad accettare noi sognatori?

No. Risposta breve. Assolutamente No. Risposta lunga.

Ad un certo punto scrivi che a Parigi scrivi “solo per te stesso”; il vero poeta quando scrive, per chi lo fa? Se per sé stesso, poi cosa lo spinge a condividere con il mondo le sue poesie?

Voglia e bisogno di fare sesso.

Mentre ti leggevo attraverso i tuoi testi, mi è parso spontaneo associarti ai poeti maledetti, ti ci rivedi? 

Mi staranno maledicendo per questa impertinenza, ma inevitabilmente il Charles francese e quello americano mi hanno formato. Però fortunatamente la scrittura non è un sentimento piatto ed uno scrittore serio può dopo aver sfogato la sete e la fame più primordiali, camminando tra gli uomini e sdraiandosi con le Dee, elevarsi al di sopra del sé trovando l’immensità interiore nella natura. Scrivere di notti di bevute e scopate è facile. Cogliere l’anima di una persona sola e disperata, ha bisogno di lungo allenamento. Fare un ritratto paesaggistico della natura è un dono che arriva con la maturità. Oggi i poeti contemporanei ripetano fino alla nausea la solita identica poesiula. Dovremmo tutti leggere di più i classici e coglierne le moltitudini. Penso a Whitman e Ginsberg in questo caso.

Si può scrivere poesia senza viverla davvero?

Sarebbe un imbroglio ed una scorciatoia vigliacca. Cosa che poi è quello che fanno la maggioranza dei giovani poeti contemporanei di cui sopra. Asfissia da Like, dove non serve sporcarsi le mani ed i piedi per strada tra la gente reale che piange, soffre, perde e muore ogni cazzo di giorno che un sadico Dio c’impone.

In questo panorama moderno dove la poesia viene accantonata dai più e sminuita da chi crede di capirla, tu ritieni che in futuro possa riprendere il giusto valore?

Questo fenomeno di cui parli, si manifesta particolarmente in Italia dove il processo d’impoverimento culturale cominciato con l’esplosione della tv commerciale e con la sua deriva di potere politico hanno appiattito fino alla nausea il panorama ed il possibile fermento nazionale. Non che la sinistra sia un’oasi di cultura e d arte arroccata com’è nel difendere le posizioni di potere intellettuale che hanno acquisito negli anni. Non vedo grande differenza fra le parti. Cambio lo stile, ma l’obbiettivo è sempre lo stesso, calarsi i pantaloni. Poi esci dall’Italia e ritorni alla civiltà.

Ai nostri lettori, oltre che le tue stupende poesie, quali poeti contemporanei consiglieresti di leggere? 

Parlando di non ancora scoperti da pigmalioni con i pantaloni prudenti o già affermati Signori e Signore della Poesia, sicuramente la poetessa romana Flavia Cidonio, la poetessa pugliese Valentina Demuro domiciliata a Bologna ed il poeta toscano Edoardo Olmi. Ce ne sarebbero naturalmente molti altri, ma finiamo a fare le pagine gialle della poesia sennò.

Per finire, se dovessi scegliere tre libri da consigliare (anche esulando dalla poesia), quali consiglieresti?

Rimango sulla poesia per spirito di corpo. “I fiori del male” di Charles Baudelaire; “Foglie d’erba” di Walt Whitman; “I Canti orfici” di Dino Campana.

C’è qualcos’altro che vuoi condividere con i lettori?

Leggete, non m’importa che compriate il libro. Potete anche rubarlo in libreria o a casa di qualche buongustaio. Sarebbe un problema della casa editrice, non certo del poeta. Però leggete. Non per forza i miei libri, ma pensate alla frase di Umberto Eco parafrasandola, “chi legge vive molte vite”. Aggiungo io, oltre la sua. Io le vivo tutte scrivendo, e prima ancora vivendo quello che non potrò fare a meno di scrivere.

Grazie mille

Grazie ancora a voi.

Jonathan Rizzo

Ecco amici, direi che quest’intervista rispecchia la folle energia e poetica di Jonathan che ho trovato anche nei suoi testi e che lo rende verace, schietto e sincero come pochi.

E ora vi lascio tuffarvi nel suo ultimo libro, non fatevelo scappare.

Un abbraccio

La vostra Ele

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