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Intervista al poeta Davide Rocco Colacrai

Ciao amici, come state oggi?

Pochi giorni fa ho recensito l’ultima raccolta poetica di Davide Rocco Colacrai; una fusione di riflessione di cui vi lascio la recensione:

 

Asintoti e altre storie in grammi di Davide Rocco Colacrai.

Recensione di “Asintoti e altre storie in grammi”

 

E ora ho avuto l’opportunità d’intervistare l’autore.

Ciao Davide, grazie di aver accettato di esser intervistato.

 

  • Sei un poeta pluripremiato e conosciuto da molti, ma ti va di raccontare ai lettori qualcosa di te che non sappiamo?

Innanzitutto ti ringrazio per avermi accolto. Mi diverto a definirmi una delle “desperate housewives”, nel senso che alterno momenti di ozio puro e nudo nei quali mi innervosisco, divento irascibile e intrattabile a momenti in cui faccio mille cose, ne rincorro altre mille e non riesco a fermarmi.

 

  • Se ti chiedessi di definire la poesia, tu cosa mi risponderesti?

Per me la Poesia è indefinibile: è/ non è.

 

  • Credo che ogni poeta sia dentro a ogni suo scritto ma, se c’è, qual è la tua poesia a cui sei più legato?

Dovresti chiedere alle mie poesie – che definisco figlie che hanno scelto me come loro padre – quale di loro è più legata a me e perché. Io tengo a ciascuna di loro perché ogni poesia è una storia – in qualche modo legata alle sorelle precedenti in un’orma infinita -, pertanto un ricordo, un momento storico del mio percorso come uomo che mi porto dentro e che mi fa essere oggi l’uomo e il poeta che sono.

 

  • I primi riconoscimenti sono arrivati ormai 12 anni fa; di questi anni di successi e crescita cosa ti porti a casa?

La consapevolezza che non ho detto e fatto abbastanza, e che c’è ancora tanto da scrivere e da condividere. Inoltre ho imparato che il silenzio è sottovalutato.

 

Onestamente non lo so – tutti i miei libri hanno titoli particolari che “arrivano” a me per vie che non conosco. Per quanto riguarda questo mio libro di poesia, qualcuno ha scritto che ho voluto mescolare poesia e matematica, letteratura e scienza. Probabilmente ho voluto sottolineare come una storia, un fatto, un aneddoto  che possono essere apparentemente lievi, in realtà siano portatori di messaggi importanti, che presuppongono il coraggio di ascoltare.

 

  • In Asintoti e altre storie in grammi, la tua ultima raccolta poetica che ho avuto il piacere di leggere pochi giorni fa, tratti di religione, crescita e amore. Cosa ti ha spinto a fondere queste poesie in un unico libro?

I miei libri – esattamente come dicevo poc’anzi per i loro titoli – “arrivano” a me senza una coscienza o consapevolezza ma seguendo l’istinto. Questo istinto ha come fonte necessaria la religione, l’amore, l’uomo, la natura e l’evoluzione.  

 

  • Nei tuoi scritti di questa raccolta si sente lo studio e la passione per la cultura, la civiltà, la storia come “L’ultimo colore delle cose (11/09/2001)”. Come nascono? 

Sono appassionato di Storia moderna e di ricerca – sono una persona molto curiosa e mi piace studiare, approfondire e documentarmi. Inoltre sento un preciso dovere nel raccontare fatti che, secondo me, tutti dobbiamo o dovremmo conoscere e rispetto ai quali è necessario avere una propria opinione, una propria posizione.

 

 

 

  • In tutta la tua stupenda raccolta vi è anche la costante della musica; cosa pensi di questa stupenda forma d’arte? E quali artisti non possono mancare in una collezione musicale?

Ho studiato dieci anni pianoforte e quattro anni flauto dolce. Amo la musica e la musica – insieme ai libri e alla poesia – mi hanno salvato letteralmente la vita. Non ho un genere preferito perché ritengo che accanto alla musica jazz ci possa stare bene una canzone popolare come anche una colonna sonora o un album di musica rap. Ogni artista, in sé e nell’insieme degli artisti, è necessario.

 

  • Quando ho terminato la lettura e mi sono fermata a “tirare le somme” mi sono ritrovata a definirti un poeta-filosofo. Sbaglio? Il filosofo a cui ti senti più affine?

Non so se mi si possa definire un poeta-filosofo. Certamente ho amato la filosofia ai tempi liceali, ed ero affascinato da Platone, che ritrovo in tanti scritti del pensiero moderno, soprattutto quelli che indagano sulla vita e sui suoi significati. Sin da piccolo mi sono ritrovato a “gestire” i grandi dubbi – come li chiamo io -, a cui nessuno se non l’esperienza ha saputo parzialmente rispondere.

 

  • Durante la lettura mi ha colpito questo sottile estratto – “malattia di attendere” – e volevo chiederti cosa si cela dietro a questo intrigante e filosofico significato.

Probabilmente faccio riferimento a questa caratteristica dei tempi moderni, secondo la quale si agisce raramente e si preferisce attendere, qualcuno parla del momento favorevole, altrimenti del coraggio, altri ancora di un segno. Pertanto l’attesa è diventata una malattia, si preferisce rimandare perché ci sarà sempre un altro giorno in cui è possibile muoversi, esprimersi, fare – si rimanda quindi l’atto di vivere e si vive morendo ogni giorno un po’ di più.

 

 

 

  • Ora se me lo concedi, vorrei esulare un attimo dal tuo ultimo libro ma rimanere comunque in tema; secondo te la poesia ha ancora futuro?

La poesia dipende dalla nostra sopravvivenza – se l’umanità continua a vivere, continua a vivere anche la poesia. Siamo contemporaneamente presupposto e conseguenza.

 

  • Ai nostri lettori, oltre che le tue stupende poesie, quali poeti contemporanei consiglieresti di leggere?

Non conosco i miei colleghi – ci incrociamo spesso nei Premi Letterari ma non ne conosco uno personalmente -, e soprattutto leggo poca poesia. Sembra una contraddizione, ma come mi disse un tempo un Maestro: un poeta non deve leggere poesia per non “imbastardire” il suo modo di esprimersi. 

 

  • Per finire, se dovessi scegliere tre libri da consigliare (anche esulando dalla poesia), quali consiglieresti?

Se consideri che, nella mia libreria personale, ho una sezione, oltre diventata doppia, dedicata ai miei libri preferiti, tre libri sono pochi. Sicuramente però consiglierei i libri di Mitch Albom, quelli di Abdellah Taïa e poi mi piacciono molto i libri dei coniugi Hicks sulla Legge dell’attrazione.

 

  • C’è qualcos’altro che vuoi condividere con i lettori?

Di avvicinarsi alla poesia, di leggere più poesia, di investire nei libri di poesia, E in questo, di ascoltare e sorridere di più. La poesia è gioia.

 

Grazie mille Davide, sono davvero onorata di aver potuto conoscerti meglio.

Un abbraccio

Allora amici miei, ora avete potuto conoscere un po’ di più Davide Rocco Colacrai e Asintoti e altre storie in grammi.

A presto

Un abbraccione

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Interviste

Intervista a Dan Ruben, autore di “Un destino diverso”

Ciao amici, eccoci qui in questa tarda mattinata a condividere le parole di Dan Ruben, autore di Un destino diverso, l’ultimo suo romanzo di cui vi ho parlato qualche giorno fa.

Vi lascio direttamente tuffarvi tra questo nostro dialogo…buona lettura!

Ciao Dan, allora, prima di tuffarci nel tuo ultimo romanzo sarei curiosa di sapere cosa ti ha spinto a scrivere. Leggo da sempre, da che ho memoria. Il primo racconto che ho letto da ragazzo è stato Taras Bul’ba, di Gogol, e mi affascinò a tal punto che da allora non ho mai smesso di leggere e di sognare. Credo che la passione per la scrittura, ma soprattutto la passione di inventare storie sia stata una conseguenza automatica in quegli anni. Il bisogno di un ragazzo di fantasticare ed evadere da quei piccoli problemi di insicurezza che la timidezza ti mette addosso. Col tempo quei momenti di evasione hanno continuato ad aiutarmi anche ad affrontare il quotidiano e scrivere è diventato abitudinario, un po’ come respirare. Non riuscirei a non farlo.

 Hai un posto “magico” dove ti isoli a scrivere? Più che un posto dove scrivere, un posto dove nascono le idee: una sedia a dondolo in salotto che mi aiuta ad isolarmi. È da lì che partono quasi tutte le idee dei miei ultimi romanzi.

Che emozioni ti dona la scrittura? Sarò ripetitivo, ma come ho detto la scrittura per me è ossigeno, non solo emozione. Non riuscirei a smettere di scrivere. Quando poi hai il riscontro che ciò che hai scritto ha emozionato il lettore… quella è una gioia indescrivibile.

Cosa vuoi trasmettere ai tuoi lettori?  Ho sempre definito le mie storie come dei piccoli viaggi perché è questo quello che cerco di fare, trasportare il lettore dentro il racconto. Mi accontenterei di riuscire a fare quello: riuscire a far evadere chi legge per qualche minuto e allontanarlo da un quotidiano che spesso è snervante.

Un destino diverso è il tuo quarto romanzo (il primo pubblicato da una casa editrice); anche in esso ho trovato una trama mai banale e un patos crescente oltre che una tua crescita rispetto ai primi libri; se ti guardi indietro, cosa pensi di questo tuo percorso letterario? Ho sempre scritto; lo facevo (e lo faccio) soprattutto per me, solo negli ultimi anni ho deciso di rendere pubblica qualche mia storia. Credo sia normale che il confronto con un ampio numero di lettori aiuti la crescita, i commenti o anche le critiche se sono costruttive ti aiutano a capire cosa e dove migliorare. Oggi sono molto più sicuro di quello che scrivo.

Un destino diverso tratta di prostituzione ma soprattutto d’amore; com’è nata questa trama? Quanto studio c’è dietro? Circa cinque anni fa, più o meno nello stesso periodo, lessi due notizie di cronaca che mi sconvolsero: la prima riguardava il ritrovamento di un bordello squallido, dove le donne costrette a prostituirsi erano sottoposte ad ogni tipo di violenza. Il cliente che pagava aveva il diritto di fare tutto ciò che desiderava, calpestando ogni dignità, ogni volontà. La seconda notizia trattava invece di un’indagine della magistratura su alcune strane adozioni di bambini dall’Est Europa, bimbi che venivano gettati nel mercato della pedofilia e della prostituzione. In quel momento, seduto sulla mia sedia a dondolo, quelle notizie hanno cominciato a prendere forma nella mia mente creando una trama. Ho iniziato quindi a fare ricerche, fortunatamente internet è uno strumento utilissimo, perché tutto ciò che scrivo parte da episodi reali, è sempre un avvenimento, una fotografia o un articolo di cronaca a darmi lo spunto. L’amore tra Alexander e Dominica è stata la risposta a tutta la violenza decritta, perché solo un amore forte e puro poteva cambiare le sorti di un destino crudele.

Cosa ti ha spinto a toccare queste tematiche? La rabbia principalmente, il disgusto nei confronti degli esseri umani. Era inconcepibile che nel 2000 ci fosse un posto come “la fattoria” dove le donne venivano usate come carne da macello.

Quanto c’è di te in Alexander, Dominica, Sasha, Anna e gli altri personaggi?  In tutti i miei personaggi c’è qualcosa di me, è più facile così per me descriverli. Ma non ti faccio un elenco, lascio facoltà al lettore di individuarli e ricostruire il puzzle se vuole.

In tutti i tuoi libri, soprattutto in questo, parli di emozioni… ma tu cosa pensi dell’amore? Credo che l’amore non sia solo un sentimento, ma una forza motrice che fa girare il mondo. Basta aver voglia di guardarti intorno e ti rendi conto che c’è amore in tutto quello che ti circonda.

Com’è avere una casa editrice alle spalle? È la mia prima esperienza, sicuramente aiuta e in parte tranquillizza l’autore. Credo che il compito maggiore per una casa editrice sia la pubblicità e la distribuzione che poi fondamentalmente è ciò che manca ad un autore che pubblica self. Con la casa editrice PubMe mi sto trovando bene e Monica, la direttrice della collana iomeloleggo di cui fa parte “Un Destino Diverso”, mi ha fatto subito sentire a casa. Posso solo ringraziarli per questo, come devo ringraziare Chiara Tomasella per lo splendido editing che ha fatto.

Cosa consiglieresti a chi vorrebbe pubblicare un suo romanzo? Non sono bravo a dare consigli, forse l’unico che posso dare è che se davvero credi in ciò che hai scritto, prova a cercare una casa editrice seria che sappia darti tranquillità. Ma se non la trovi non perderti d’animo, pubblica self! Oggi puoi farlo facilmente. Il consiglio più importante rimane però: continua a scrivere.

Sono sicura che non ti sei fermato e stai ancora scrivendo…ci puoi svelare qualcosa del tuo prossimo libro?  No, ma non perché non voglio, perché ne ho due quasi pronti: un thriller e una storia di spionaggio e sinceramente non so ancora quale dei due prenderà prima il volo. Però ti posso assicurare che sarà un altro magnifico viaggio (modesto come sempre).

Ecco amici, spero di avervi avvicinato ancora di più al mondo di Dan Ruben mostrandovi un po’ di lui; ora corrette a leggere Un destino diverso e godetevi il week end.

Un abbraccio

La vostra Ele

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Interviste

Intervista a Diego Galdino, autore di “Una Storia Straordinaria”

Ciao amici, qualche mese fa vi avevo parlato del nuovo romanzo di Diego Galdino, Una storia straordinaria di cui trovate la recensione cliccando sul titolo del libro.

Diego mi ha subito concesso un’intervista ma per misteri del web mi trovo solo ora a pubblicarla per condividerla con tutti voi.

Una storia d’amore davvero magnifica, un pathos e una veridicità commovente fanno da protagonisti in Una storia straordinaria e ora vi lascio alle parole dell’autore, Diego Galdino.

Ciao Diego, andiamo subito al sodo: come è scaturita l’idea di iniziare il libro con dei capitoli sui sensi? Mentre li leggevo era come se io sentissi davvero con il tatto, l’udito ma soprattutto con l’olfatto…trepidavo.

Ai cinque sensi a mio modesto parere siamo soliti non dare la giusta importanza, li diamo per scontati perché fanno parte quotidianamente della nostra vita. Delle volte per questo motivo non ce li meritiamo. Io ho cercato con questo romanzo di far capire che specialmente in amore essi possono diventare fondamentali, decisivi, per rendere ogni storia d’amore straordinaria…

Questo tuo ultimo romanzo parla di due persone che si “incontrano” dopo aver subito un trauma – l’aggressione per Silvia e la perdita della vista per Luca-; cosa ti ha portato a scegliere questi drammi dei personaggi?

Perché mi ero stancato di scrivere di uomini e donne che potevano essere classificati come stereotipi di romanzi d’amore. Volevo due persone che facessero delle loro imperfezioni la loro unicità… Volevo due persone vere che avevano sofferto e poi amato… Volevo due supereroi della vita che lottano insieme contro il male, usando il loro super potere…L’amore.

Nel tuo libro, ogni dettaglio psicologico ed emotivo risulta ben descritto ma soprattutto ciò che riguarda gli aspetti tecnici ed emotivi che si innescano dopo un evento traumatico come quello vissuto da Luca e Silvia; che tipo di studi hai svolto a riguardo?

Diciamo che per descrivere Luca il protagonista maschile di Una storia straordinaria, ho fatto finta di perdere improvvisamente la vista. Per quanto riguarda Silvia, la protagonista femminile, ho pensato alle mie figlie, facendo un mix di entrambe. Infatti Silvia è una ragazza che avrei tanto voluto proteggere.

In questo libro hai inserito pezzi della tua vita come la proposta di matrimonio che è avvenuta a una presentazione del tuo romanzo precedente; quale altro spazzo inaspettato del tuo mondo possiamo trovare nelle pagine di questo tuo romanzo?

Luca mi somiglia molto, per la passione per il cinema, per l’amore, per Roma, per la passione, il romanticismo, per essersi perso per Roma quando faceva il militare, per essere stato una frana con le donne da ragazzo, per suo fratello Danilo, per questa voglia di non arrendersi mai e voler proteggere tutti, specialmente le persone che ama.

Lo so, lo so, forse vado un po’ a onde ma in fondo le domande nascono inaspettate come l’amore. Com’è nata questa storia? Da un tuo bisogno di esternare qualcosa di personale o da altro?

Nasce da una sfida lanciatami dal mio agente letterario Vicki Satlow un giorno lei mi ha detto…”Fino ad oggi hai scritto tante storie bellissime, ma ora è giunto il momento di scrivere una storia straordinaria. Così non ho fatto altro che scrivere questa frase come inizio del libro e poi ho iniziato a scrivere una storia che avevo in testa da anni, ma che fino ad allora non avevo avuto il coraggio di provare a scrivere, perché le tematiche erano molto forti e non mi sentivo ancora pronto ad affrontarle, poi in me è scattato qualcosa e la storia è venuta fuori da sé in un modo… straordinario.

Ora vorrei esulare da “Una storia straordinaria…come riesci a conciliare un lavoro come il tuo, la gestione di un bar a Roma, e la scrittura tanto più che in soli 7 anni hai pubblicato 8 romanzi?

Sono un uomo normalissimo che si sveglia ogni mattina alle quattro scrive per un’ora e mezza e poi si traveste da barista per andare fare i caffè, che cerca di essere un buon padre e coltiva le sue grandi passioni e i suoi interessi nel poco tempo libero che gli resta, come le mostre d’arte, il cinema e Roma.

Caro Nicholas Sparks italiano, ogni tua storia parla d’amore, ogni volta è diversa e non credo sia facile riuscire sempre a far sognare quindi ora ti chiedo…da cosa scaturiscono le tue ispirazioni? 

A me piace scrivere romanzi d’amore, perché scrivo quello che sento, quello che il mio cuore ha bisogno di esternare, io amo l’amore e tutti i suoi derivati.

A quale protagonista dei tuoi libri sei più affezionato e/o ti ci rivedi?

Tanti potrebbero pensare al Massimo de Il primo caffè del mattino e L’ultimo caffè della sera, in realtà il protagonista a cui sono sempre stato più affezionato è il Clark Kent di Mi arrivi come da un sogno, un supereroe dei sentimenti come me, o a volte come avrei voluto essere.

Immagino che tu non ti sia fermato…hai già l’idea per il prossimo libro? Se sì, puoi svelarci qualcosa?

Dopo aver scritto una storia d’amore come Una Storia straordinaria il primo pensiero è stato quello di cambiare genere letterario. Diciamo che al momento sto rileggendo il ciclo bretone di Chrètien de Troyes.

Infine, c’è una domanda di rito che tendo a porre a tutti i miei intervistati: se dovessi scegliere tre libri che ti porterai sempre nel cuore e che consiglieresti, quali sarebbero?

Persuasione di Jane Austen, Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, I pilastri della Terra di Ken Follett.

Grazie mille Diego!

Ecco amici, anche per oggi è tutto…sono sicura che chi non lo ha già fatto, dopo quest’intervista andrà subito a leggere Una Storia Straordinaria (e tutti gli altri romanzi di Diego Galdino).

Un abbraccio

La vostra Ele

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Interviste

Intervista a Davide Tecce, il librario romano che fonde letteratura e cinema

Ciao amici, eccomi qui con un’altra intervista.

Oggi voglio farvi conoscere Davide, un amico conosciuto nel web grazie ai libri.

Vi starete chiedendo perché l’ho intervistato; la risposta è semplice: perché ama i libri ed è un librario quindi chi meglio di lui può parlare di ciò che amo e che credo amiate tutti voi miei seguaci!

Ciao Davide, grazie per aver accettato di esser sottoposto a questo interrogatorio!!!

Ti va di descriverti ai nostri lettori che non ti conoscono?

Con piacere!  Mi chiamo Davide Tecce, vivo a Roma e il prossimo marzo compirò 35 anni. Sono una persona di indole curiosa e socievole, con una passione per il cinema, i libri e i fumetti che mi accompagna sin dall’infanzia. Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di riuscire a trasformare questa passione in professione: dal 2013, infatti, dopo gli studi in Scienze Politiche ho cominciato a lavorare in libreria, seguendo un percorso che dura a tutt’oggi e che spero possa continuare ancora a lungo, malgrado le difficoltà e le problematiche che sappiamo tutti contraddistinguere il settore. Dal maggio 2017 sono un utente attivo su Instagram, con un profilo che ho scelto di dedicare all’universo editoriale e librario: è proprio in questo modo che ci siamo conosciuti, Elenia 😄.

Partiamo dal divertente. Ci racconteresti qualche esperienza particolare avvenuta in libreria?

Ne avrei a bizzeffe da raccontare, non basterebbe una serata intera! Alcuni episodi sono piuttosto buffi, altri decisamente… imbarazzanti 😅.

Uno di quelli che ricordo con più piacere risale a quando lavoravo in una libreria specializzata in campo religioso: un giorno entrò un’anziana signora che cercava un libro dedicato a un santo cui era molto devota. In quell’occasione mi confessò che si sentiva legata a lui poiché era riuscita a incontrarlo di persona, nonostante fosse morto due anni prima che lei nascesse. Nel sentire questo, ovviamente, la mia espressione si fece piuttosto perplessa, al che la simpatica vecchina mi prese da parte e cominciò a descrivermi la sua storia, costellata di apparizioni mistiche e continui contatti con gli spiriti dell’aldilà. Da allora, a ogni suo passaggio in zona, la signora non ha mancato di venire a farmi visita e mettermi al corrente delle sue ultime visioni, addirittura consegnandomi alcuni fogli manoscritti sui quali aveva impresso le sue testimonianze.

Decisamente imbarazzante, invece, una scena cui ho assistito pochi mesi fa lavorando in una nota libreria di catena: due signore, imparentate tra loro, sono entrate per cercare un libro sugli animali da regalare al nipotino, ma presto hanno cominciato a litigare sulla scelta fino al punto in cui una ha mollato all’altra un paio di ceffoni, quasi cadendo a terra a propria volta per la foga! Tutto questo dinnanzi ai miei occhi scioccati…

Insomma, altro che posti tranquilli e noiosi: in libreria se ne vedono e se ne sentono di tutti i colori – e non nascondo che proprio questo sia uno dei lati più curiosi e divertente del mestiere 🤭.

Dai, ora faccio la seria; secondo te c’è una netta differenza tra l’editoria di una volta e quella di oggi? Se sì, in cosa e perché?

Anche se personalmente sono entrato nel settore solo in tempi recenti, confrontandomi grazie al lavoro con altre generazioni di librai e professionisti ho potuto capire quanto l’editoria sia profondamente cambiata nell’arco di pochi anni, soprattutto per effetto della tecnologia: per quanto riguarda, ad esempio, il mondo delle librerie, lo sviluppo dei computer, delle comunicazioni elettroniche e dei software gestionali ha permesso di semplificare e velocizzare le varie operazioni che scandiscono la vita del negozio (carichi e inventari, catalogazione dei titoli, ordini ai fornitori, gestione del magazzino, registrazioni contabili ecc.), riducendo anche il numero di lavoratori necessari per compierle. Al tempo stesso, la diffusione di internet ha reso più autonomo l’utente, che ora può fare i suoi acquisti senza doversi recare per forza in libreria o affidarsi al ruolo del libraio. Tutto questo modifica sostanzialmente lo scenario e comporta una serie di sfide che mettono in crisi l’identità e la funzione storica della libreria.

Per quanto attiene poi alle case editrici, anche qui l’avvento dei computer e del web ha comportato sensibili mutamenti sia nel modo di realizzare i libri sia in quello di promuoverli: la pubblicazione è divenuta più facile e rapida, il numero di titoli disponibili è drasticamente aumentato (solo nel 2018 le novità editoriali in veste cartacea sono state oltre 75.000!) e di conseguenza far emergere le proprie proposte in questo oceano di numeri e sigle risulta sempre più difficile. 

Al di là di questi aspetti, comunque, una cosa è rimasta certamente invariata tra l’editoria di ieri e quella di oggi: mi riferisco alla passione per i libri e la lettura, che continua a rappresentare, più di qualunque altra motivazione di natura economica o culturale, il carburante primario per chi lavora nel settore.

Quali sono i libri più venduti o richiesti in questi anni?

Premesso che il mondo del libro viene generalmente suddiviso in tre grandi categorie – testi scolastici, testi per bambini/ragazzi e testi di varia per adulti, ovvero narrativa e saggistica – gli ultimi anni hanno registrato la crescita di vendite più consistente con riferimento ai titoli per giovani lettori, il che appare un segnale positivo, a testimonianza che le famiglie ritengono utile investire sulla formazione culturale delle nuove generazioni. 

Nell’ambito invece della varia per adulti, con riferimento ai libri di narrativa quelli che vanno per la maggiore sono i romanzi gialli e storici, mentre nel caso delle opere di saggistica prevalgono quelle incentrate sull’attualità socio-politica o legate al benessere personale (psicologia, alimentazione, manuali di auto-aiuto…).

In generale possiamo dire che il successo di un libro si lega molto spesso al nome del suo autore, magari perché divenuto celebre in un certo settore (come ad esempio Andrea Camilleri, Maurizio De Giovanni, Gianrico Carofiglio e Antonio Manzini per i racconti gialli) oppure perché si tratta di un personaggio di spicco nel mondo televisivo o del web (vedi il caso di Fabrizio Corona, Giulia De Lellis, Luì e Sofì). Ma non mancano, per fortuna, titoli che riescono a vendere bene pur appartenendo a generi minoritari o a trattare argomenti diversi dal solito: penso ad esempio ai libri del prof. Stefano Mancuso, che pur essendo inizialmente noto a pochissimi è riuscito a far appassionare migliaia di italiani all’universo vegetale e ai suoi misteri.

Credi ci sia un divario tra la letteratura profonda (come romanzi complessi, poesie, saggi) e quella più leggera (romance, young fantasy, ect)?

Le opere letterarie possono avere qualità artistiche differenti, ora elevate ora mediocri, ma non ritengo giusto fondare queste differenze sul genere di appartenenza, altrimenti si incorre in un pregiudizio. Un libro si definisce bello quando è scritto bene, affronta temi importanti, scuote l’animo del lettore, spinge alla riflessione, a prescindere che si tratti di un’opera di saggistica, di un testo poetico, di un romanzo realistico (mainstream, secondo la dicitura anglosassone) o di un racconto di genere (giallo, fantasy, fantascientifico, horror, romantico…).

Tengo molto a precisare questo perché, da amante di fantascienza e fumetti, mi rendo conto di quanto purtroppo sia facile e diffuso giudicare alcune tipologie letterarie in base a valutazioni infondate, false e preconcette. Esiste una forma di «razzismo» anche nei confronti dei libri, nella misura in cui si ritiene che certi testi siano privi di qualità solo per il fatto di appartenere a un certo genere.

Detto questo, è evidente come nel contesto librario ci siano titoli dotati di spessore artistico e titoli di basso livello, creati solo per inseguire il successo commerciale. Prendiamo un caso concreto, che di recente ha fatto molto scalpore: lo scorso 3 ottobre è uscito «Le corna stanno bene su tutto. Ma io stavo meglio senza!» di Giulia De Lellis, ex partecipante a programmi tv come «Uomini e donne» e «Grande Fratello VIP». Il libro è subito schizzato in cima alle classifiche, totalizzando migliaia di copie vendute e facendo indignare moltissimi lettori e librai. Personalmente dissento da tali posizioni critiche e preferisco adottare una diversa visione: posto che il libro in questione non ha né qualità né pretesa artistica, io difendo la sua esistenza e provo piacere per il fatto che sia stato letto da tante persone. Certo, sarebbe stato molto meglio se quelle persone, al suo posto, avessero letto Dostoevskij, ma ragioniamo su questo aspetto: chi sono i lettori di Giulia De Lellis? Coloro che divorano pile di classici ogni mese? O forse persone che, senza di lei, non avrebbero nemmeno preso in mano un libro nel corso dell’anno? Io penso che la stragrande maggioranza appartenga a quest’ultima categoria. E proprio per questo trovo bellissimo che un testo del genere, pur con tutti i suoi limiti, abbia spinto alla lettura tanti italiani che altrimenti ne sarebbero rimasti a distanza. Perché la lettura è sempre un atto significativo, mai neutrale, e nessuno può escludere che, anche partendo da un testo sempliciotto, si possa arrivare a esperienze letterarie più significative. In fondo questo vale per tutti noi, no? Nessuno è nato con «La Divina Commedia» in mano. Per questo motivo, senza negare la differenza tra ciò che arte e ciò che non lo è, io mi schiererò sempre a difesa dei libri e dei lettori, nella convinzione che leggere sia un’esperienza fondamentale, a prescindere dal testo con cui decidiamo di confrontarci in base ai nostri gusti, la nostra sensibilità, la nostra maturità.

Trattando il mio specifico tema artistico, la poesia, com’è inserita oggi nello spettacolo editoriale?

Malgrado rappresenti una delle forme più antiche e più illustri dell’espressione letteraria, la poesia si trova oggi a fare i conti con uno scenario per molti versi paradossale: gli scrittori impegnati nel campo costituiscono una comunità quantitativamente piccola ma al contempo qualitativamente attiva e importante, capace di raggruppare numerosi «lettori forti».

Inoltre, se dal punto di vista commerciale i libri di poesia non si traducono quasi mai in una fonte di guadagno per l’editore che decide di pubblicarli o per il libraio che dedica loro un certo spazio in negozio, la presenza di opere poetiche nel catalogo di un editore o nell’assortimento di una libreria permette di qualificarsi come seri e meritevoli agli occhi dei lettori.

Consideriamo poi l’impatto dei social network: applicazioni come Instagram hanno moltiplicato la tendenza degli utenti a pubblicare pensieri, riflessioni, espressioni emotive che possono essere assimilate alla forma poetica; al tempo stesso, però, lo spontaneismo e il dilettantismo che caratterizza molti di questi post ha poco a che fare con la ponderatezza, la raffinatezza, la qualità artistica che contraddistinguono la «vera poesia».

Questi e altri aspetti sono sintomi di problemi che la poesia si trova da tempo ad affrontare, ma anche la testimonianza della sua vitalità e attualità.

Credo che tu, come me, ami i cartacei, il profumo della carta, la sua ruvidità, la passione che scaturisce dal tenere in mano un volume ma credi che i libri di carta siano destinati a lasciare il podio all’e-book? 

Nel periodo iniziale della loro diffusione, gli e-book hanno spinto molti a ritenere che l’epoca del libro cartaceo fosse ormai giunta al termine. I fatti, tuttavia, hanno smentito queste catastrofiche previsioni: ad oggi nel nostro Paese gli e-book rimangono minoritari sia in termini di produzione editoriale che di preferenze dei lettori (si vedano, in proposito, i report dell’Istat e dell’AIE sulla produzione e la lettura di libri in Italia).

Al di là dei dati statistici, ritengo che i libri stampati e quelli elettronici siano destinati a convivere pacificamente, senza che l’uno possa aspirare a sostituirsi completamente all’altro: l’e-book mostra indubbiamente dei vantaggi, in primis la comodità di trasporto e la capienza, nonché l’utilissima funzione che permette di ricercare determinate parole all’interno del testo; il libro cartaceo, dal canto suo, offre un’esperienza di lettura che in termini di immediatezza, coinvolgimento e gratificazione non può essere nemmeno lontanamente equiparata a quella fatta sullo schermo di un e-reader o di uno smartphone. Probabilmente, nel prossimo futuro, l’evoluzione tecnologica permetterà a tali dispositivi di raggiungere le performance del testo stampato. Ma, anche in questo caso, mi sento di escludere che ciò si tradurrà nella scomparsa nei libri di carta: essi continueranno a venire prodotti, e anzi saranno più belli e curati che mai proprio per differenziarsi dalle versioni digitali. Non occorre, inoltre, dimenticare che mentre l’e-book avrà sempre bisogno di un supporto tecnologico per essere fruibile, il testo stampato rimarrà autonomo e autosufficiente, non richiedendo altro, per essere goduto, che di venire preso in mano e sfogliato.

Cosa consiglieresti ai tuoi clienti che vogliono acquistare un libro?

In generale, prima di consigliare un titolo specifico, cerco sempre di capire meglio la persona cui esso è destinato, informandomi ad esempio circa i suoi gusti, i suoi interessi, le letture che le sono piaciute, gli autori che preferisce. Consigliare un libro è un’operazione molto più complessa di quanto possa apparire, e se si vuole evitare di dare un’indicazione sbagliata occorre tenere in considerazione una grande molteplicità di fattori, tra cui il livello letterario del lettore e il suo grado di apertura alle nuove esperienze.

Di getto, senza pensarci, quale libro attuale mi consiglieresti di leggere ora?

Considerando la tua passione per la poesia, se non l’hai già letto ti consiglierei «L’amorte» di Alessandro Bergonzoni, edito da Garzanti. Oppure un classico come il «Libro dell’inquietudine» di Fernando Pessoa in versione Einaudi, la cui curatela, affidata a Paolo Collo, esalta come non mai lo stile lirico e ammaliante dello scrittore portoghese.

Tu, invece, cosa stai leggendo?

Da qualche anno mi piace dedicarmi a più letture contemporaneamente, a seconda dei momenti e delle situazioni, variando anche molto le tipologie di libri. Negli ultimi giorni, ad esempio, ho terminato «Il canto dell’usignolo» di Lian Hearn, edito da e/o (primo capitolo di una saga fantasy ambientata nel Giappone feudale), e sto ultimando «Philip K. Dick. L’uomo che ricordava il futuro» di Anthony Peake, edito da Gremese (un’avvincente biografia del grande scrittore americano, di cui sono un appassionato collezionista). Al tempo stesso, approfittando dei momenti in cui mi muovo per la città coi mezzi pubblici, mi sto dedicando a «Le notti difficili» di Dino Buzzati, pubblicato da Mondadori (una splendida raccolta di racconti che ho acquistato in edizione vintage). L’ultima lettura che ho iniziato, infine, è «Roma senza papa» di Guido Morselli, che mi sta regalando soddisfazioni impagabili.

Tra i libri che hai letto, ce n’è uno di cui vorresti esser il protagonista? Se sì, perché?

Sì, mi piacerebbe essere il protagonista di «Siddharta» di Herman Hesse, perché trovo che non ci sia nulla di più bello e significativo che afferrare il senso profondo dell’umanità dopo aver attraversato, e sperimentato appieno, le diverse stagioni della vita.

Ora, toccando un’altra tua passione, vorrei sapere… è meglio la trasposizione cinematografica di un libro o il romanzo? 

Essendo appassionato sia di cinema che di letteratura, trovo questa domanda molto stimolante! Nella maggioranza dei casi i film tratti dai libri risultano inferiori alla loro controparte cartacea, finendo per semplificare il contenuto, omettere personaggi e situazioni, sbiadire il fascino e la complessità dell’opera originale. Per fortuna esistono anche importanti eccezioni, che dimostrano come il mezzo cinematografico abbia di per sé tutti gli strumenti per offrire un’esperienza degna dei migliori romanzi, a patto che si sia in grado di sfruttarli.

Pensiamo a pellicole come «Furore» di John Ford (tratto dall’omonimo, splendido romanzo di John Steinbeck) e «Stand by me – Ricordo di un estate» di Rob Reiner (ispirato a «Il corpo» di Stephen King), che riescono a riprodurre sul grande schermo l’atmosfera e il messaggio dei rispettivi libri, per non parlare di «Shining» di Stanley Kubrick, la cui resa artistica è addirittura superiore a quanto si legge nel testo di King.

Il caso di trasposizione da romanzo a film che ritengo più significativo, comunque, rimane a mio avviso quello che lega «Ma gli androidi sognano pecore elettriche?» di Philip K. Dick a «Blade Runner» di Ridley Scott: mai come in questo caso, infatti, opera letteraria e opera cinematografica appaiono al tempo stesso correlate e indipendenti, finendo per convivere sullo stesso piano e alimentare a vicenda l’interesse dei lettori/spettatori.

Qual è il miglior film tratto da un libro?

In questo caso rispondo senza dubbio «2001: Odissea nello spazio», che personalmente considero la più immensa e straordinaria pellicola di tutti i tempi, realizzata a partire da un racconto di Arthur C. Clarke intitolato «La sentinella» e a sua volta ispiratrice dell’omonimo romanzo.

E soprattutto, qual è il miglior libro da cui è stato tratto un film?

Caspita, questa sì che è una domanda difficile! 😬 Dovendo considerare la qualità artistica del soggetto letterario, oltre al già citato «Furore» ci sono almeno altri tre titoli imprescindibili che non posso fare a meno di indicare: «Il buio oltre la siepe», «La coscienza di Zeno» e «Il deserto dei tartari».

Infine, se dovessi partire e ti dicessero di portarti dietro solo tre libri che vorresti rileggere, quali sarebbero?

Anche questa è una domanda niente male! 😄 Pensandoci un po’ credo che opterei per «Terra degli uomini» di Saint-Exupèry, «Infinite Jest» di David Foster Wallace e «L’esegesi» di Philip K. Dick: il primo perché è semplicemente il mio libro del cuore, quello a cui voglio più bene e dal quale non potrei mai separarmi; il secondo e il terzo perché finalmente avrei il tempo e la calma necessari per rileggerli bene da cima a fondo 🤭.

Grazie mille simpatico libraio!

Grazie a te per l’intervista, mi sono divertito molto a rispondere ed è stata anche una bella occasione per riflettere su tante questioni 🥰.

Ecco amici, queste sono le minuziose parole di Davide…che dite? Vi ha fatto tuffare nel suo mondo e nella sua passione per i libri?

Io spero di si.

Alla prossima intervista!

Un abbraccio a Davide e a tutti voi

La vostra Ele

🤗

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Intervista a Michele Del Vecchio, autore di “Malanotte – Lettera aperta a una cara catastrofe”

Ciao amici, ieri vi ho parlato di una nuova uscita marchiata Bookabook, si tratta di “Malanotte – Lettera aperta a una cara catastrofe”  

https://www.eleniastefani.com/2020/01/21/recensione-di-malanotte-lettera-aperta-a-una-cara-catastrofe/

 e ora voglio condividere con voi l’intervista che ho avuto il piacere d’avere con l’autore: Michele Del Vecchio, scrittore e bookblogger.

Ciao Michele, grazie di esser qui con me a parlare del tuo primo libro ma anche di altro.

Sei del 1994, autore del blog Diario di una Dipendenza e laureato in Filologia Moderna ma…chi è Michele?

Ciao a tutti, e grazie mille per l’ospitalità! È un piacere. Michele è un ragazzo che fa ancora fatica a definirsi uomo. Timido, semplice e discreto, parla poco di sé, si mostra meno ancora sui social e per deformazione caratteriale ama nascondersi dietro le storie degli altri. Esordire con un romanzo tutto mio ha significato finalmente uscire dal guscio.

Il tuo libro parla di un adolescente e tu stesso lo eri nel mentre lo scrivevi. 

Com’è nata l’idea di “Malanotte – Lettera aperta a una cara catastrofe”?

Cosa ti ha spinto a scrivere questa storia?

Il romanzo è nato insieme al suo protagonista, in un periodo in cui i romanzi per adolescenti – fantasy soprattutto, sulla scia del successo di Twilight e Hunger Games – avevano narratrici femminili indomite e personaggi maschili descritti come belli e impossibili. Perché non adottare un punto di vista diverso, mi sono chiesto? Perché non affidare le redini della storia a un ragazzo che fosse eccezionalmente fragile, confuso e vulnerabile? Milo è nato così. E insieme a lui il resto di Malanotte.

Il carattere di Milo, il protagonista, viene scoperto leggendo le tue pagine ma tu, invece, che tipo d’adolescente eri?

Simile al personaggio a cui do voce, ma meno chiuso al mondo. Dopo la brutta esperienza delle scuole medie – una parentesi da dimenticare –, ho avuto la fortuna di scoprirmi benvoluto al liceo, dove ho stretto amicizie sincere e durature. Sono stati anni belli, volati in un lampo. 

Come già detto, hai scritto “Malanotte” quasi 6 anni fa, cosa ti ha portato a renderlo pubblico solo ora e perché?

Una lunghissima revisione e il mancato riscontro da parte degli editori. Ero giovane e sognatore, e ovviamente puntavo ai grandi nomi. Ne sapevo poco di un’editoria fatta di attese, gavetta, risposte che spesso si negano. I tentativi iniziali, benché fallimentari, sono stati comunque un apprendistato. 

In quanto tempo lo hai scritto?

Stranamente, non saprei dirtelo. Anni! Non ho tenuto il conto e nella scrittura, come ogni autore alle prime armi, non sono stato costante. Solo il finale si è lasciato scrivere da sé, d’un fiato. 

Cosa ti ha portato a scegliere questo titolo?

Il suono che aveva, misterioso e un po’ ambiguo. Come a dire che di giorno Eureka è tranquilla, ma la notte succedono cose preoccupanti. Come ad affermare, anche a scatola chiusa, che all’orizzonte si prospetta una malanotte: una notte crudele. 

Nel libro vi è una costante presenza della musica; ogni capitolo prende il titolo di una canzone; cos’è per te la musica? Ma soprattutto, con che criterio hai scelto i titoli e le melodie?

Ascolto musica sempre e da sempre. Quando cucino, quando passeggio e finanche quando mi lavo denti. È una delle maggiori costanti della mia vita, assieme alla lettura. Le canzoni che prestano i titoli ai capitoli sono le stesse che ascoltavo durante la stesura del romanzo. Un sottofondo per me conciliante, che ho preferito condividere anche con gli amici lettori.

So che la storia è totalmente inventata ma capita che nei personaggi ci sia un po’ dell’autore. In questo caso, che tratti di Milo sono tuoi?

Milo ha tantissimo di me. Caratterialmente e fisicamente. Osservatore attento ma laconico, porta gli occhiali, ha qualche chilo in più – proprio come me a sedici anni – e gli incisivi un po’ storti. Leggere di lui, ti confesso, è come guardare una vecchia foto. Provo un misto di tenerezza e imbarazzo, tipico di quando ci rapportiamo con quello che siamo stati e che forse non siamo più.

L’altra protagonista si chiama Iris, che significa annunciatrice, è voluta la scelta di questo nome?

No, non conoscevo questo dettaglio, ma il significato è piuttosto calzante! Si chiama così in onore della canzone dei Goo Goo Dolls, colonna sonora di un film con Meg Ryan e Nicolas Cage, che ascolto a cadenza fissa. 

Tratti tante tematiche nel tuo libro ma sostanzialmente si palesa un pensiero negativo riguardo al mondo: un’idea che tutti siano cattivi, che non si finisca mai di conoscere una persona, che fin da piccoli ormai si è spesso malvagi. Questa mia sensazione rispecchia ciò che tu volevi trasmettere o almeno annunciare?

Da adolescente ero più nichilista di adesso. Le tue impressioni sono sacrosante, ma il Michele di oggi non si riconosce fino in fondo nel messaggio. Divoro storie cupe e tragiche, nutro una certa diffidenza verso la sincerità delle relazioni a lungo termine, però ora ho più speranza. Confido che nel romanzo ci fosse già anche traccia di quella. 

Ad un certo punto compare l’aspetto religioso, la chiesa e Dio – anche se non canonicamente – tu cosa pensi della religione?

Mi professo agnostico. Vivo la religione come una questione intima e personale, e a venticinque anni non so bene in cosa o chi credere. Allora credo nel karma e nella gentilezza. Sperando che il bene che facciamo, alla fine, ci ripaghi con la stessa moneta. 

Fino a poco fa, vivevi il mondo letterario solamente attraverso il tuo blog; ora, da autore, cosa pensi dell’editoria?

Che è un mare vasto e dispersivo, in cui c’è il rischio di perdersi. Meglio procedere a passi graduali, sapendo che è un viaggio più solitario del previsto. 

E da bookblogger, cosa ne pensi?

Da bookblogger ne ho, anzi ne avevo, una visione più idealizzata. La facevo semplice. Ma dietro, in realtà, ci sono meccanismi più complessi, persone che spesso non riescono a farne un lavoro a tutti gli effetti, scadenze e responsabilità. Ogni pubblicazione è un parto. Scrivere non è che l’inizio. 

So che stai già scrivendo il tuo prossimo libro; si può avere qualche indiscrezione?

Certo! Sarà una storia profondamente diversa nei toni e nei contenuti; una vicenda italiana, al femminile, che parla dell’imprevedibilità del cambiamento (crescita inclusa). 

Ora due domande che esulano da “Malanotte”…

Il mio blog s’intitola “Emozioni tra le righe” e quindi volevo sapere cosa sono le emozioni per te?

L’abc. Quello che cerca chi legge, quello che spera di trasmettere chi scrive. Senza, cosa saremmo? 

Ed ora l’amore: esiste? Non esiste? Come la pensi tu?

Esiste, ma non credo nel colpo di fulmine. Sono un fan delle affinità elettive, della complicità, delle cose in comune. Penso ci voglia tempo e pazienza per costruirsi una storia d’amore: ha bisogno di energie, al pari un’architettura da progettare. 

Infine, ma non del tutto, mi diresti 4 titoli di libri di oggi che secondo te vanno assolutamente letti?

Grandi speranze, 22/11/63, L’ombra del vento, La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo.

Caro Michele, cosa penso del tuo libro già lo sai ma vorresti condividere qualcos’altro sul tuo libro o in generale, con i lettori?

Sono già contento così, e ti ringrazio per il tempo che mi hai dedicato e per l’ospitalità. Un abbraccio a voi che mi leggerete. 

Ecco amici, ora conoscete meglio Mik e il suo mondo.

Vi abbraccio come sempre

La vostra Ele