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Diario di viaggio… quando un evento ti segna nel profondo

Cari lettori, buongiorno. Oggi voglio condividere con voi una sottospecie di diario di viaggio che narra un episodio avvenuto a Dubai e le conseguenze ad esso correlate.

16 aprile 2022

 

Sono circa le 8.30 di mattina qui a Dubai, la notte appena trascorsa mi ha portata a dormire ad intermittenza, quasi a singhiozzo direi.

Ero agitata, mi faceva male la testa e il cuore batteva forte. Alle 3 mi imponevo di non alzarmi dal letto, di provare a dormire, di non svegliare nessuno. Alle 4.30 ero già in palestra.

Guardavo l’acqua apparentemente calma mentre correvo e cercavo di non pensare. Ora, mentre scrivo, sono seduta su un divanetto in spiaggia. I piedi tra la sabbia. Il sole in faccia e le lacrime agli occhi.

Ieri sera, 15 aprile 2022, eravamo su un transfert diretti a un ristorante. Il driver sembrava arrabbiato, non voleva dirci quanto tempo ci avremmo impiegato per arrivare a destinazione, correva, più del dovuto. Eravamo in settima corsia quando si è accorto che stava mancando l’uscita e si è spostato di colpo non verso la corsia adiacente bensì direttamente verso la prima.

Boom. L’impatto sul lato destro.

Io e Michele sbattiamo la testa, la macchina fa due testa coda che sembrano durare ore e finiamo direttamente in prima corsia, rivolti al contrario, con la macchina centrata e miracolosamente salvi.

Carlotta, grazie al fatto che era ben assicurata e la tenevo per coccolarla, non si è fatta nulla. Noi, due grandi botte che anche ora portano la mia testa a pulsare immensamente.

Ero pietrificata, a bordo di questa vettura incidentata, con questo driver che non parlava e con la paura che mi faceva tremare fin nelle viscere.

Arrivano due ragazze, coloro che erano nell’auto che è stata centrata da noi anzi, dal guidatore. Urlano, inveiscono contro lui che non vuole scendere dall’auto. Una guarda dentro e vede noi, due stranieri con una bambina; eravamo inermi, credo ebeti ai loro occhi. Una intima al guidatore di abbassare i nostri finestrini e ci chiede subito come stiamo, se abbiamo bisogno di un’ambulanza, se possono fare qualcosa.

E poi, ancora più arrabbiate, urlano di nuovo contro all’uomo dicendo che per giunta poteva far morire anche noi.

Scendo. Mi manca l’aria.

Guardo la mia famiglia. Guardo la vettura. Guardo quell’autostrada dove nessuno corre, dove tutti stanno attenti perché le multe o peggio, fioccano senza pietà. Guardo Michele e Carlotta; sono in piedi. Sono salvi. Siamo salvi. Ma non riesco a calmarmi.

Siamo abituati a leggere sui quotidiani e vedere alla televisione cosa succede sulle nostre strade e vi giuro che ne io ne mio marito ci capacitiamo di come sia potuto succedere di uscirne vivi. Forse proprio grazie al fatto che tutti gli altri veicoli rispettavano le regole stradali e così siamo riusciti a non impattare altre vetture.

Sono qui che vi scrivo e, forse per osmosi, piango ancora. Piango perché ho ancora paura. Sono lontano da casa. In un posto totalmente differente dal mio. Dove si parlano lingue difficili e alcune sconosciute. Sono qui e ho paura di prendere il prossimo veicolo anche solo per spostarmi di pochi metri. Sono qui e penso a cosa sarebbe successo a Carlotta se non la stessimo tenendo doppiamente sicura.

In quel momento che nella mia testa non è ancora finito, non ho rivisto la mia vita. Ho visto semplicemente quella di Carlotta e il mio dovere di proteggerla. Ho avuto una paura immensa di perderla, che la sua vita finisse in quel momento per colpa di qualcosa che noi avevamo scelto di fare, per colpa mia. Ho pensato alla sua giovane vita. Al diritto di viverla pienamente. Di fare le sue esperienze e di trovare la sua strada. Ho pensato a tutto questo e al fatto che poteva finire tutto. In quell’attimo io avrei potuto morire, e mi sarebbe andato bene, ma ho sperato che lei si salvasse.

Credo che questo sia un po’ il senso dell’essere madre. E non riesco a togliermi dalla testa le nostre urla, la paura e mi manca immensamente il respiro.

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16 aprile 2022

 

Sono sdraiata, leggo un libro, la mia famiglia si è svegliata e ora naviga in acqua mentre io penso. Cerco di concentrarmi eppure tutto ritorna lì, in quel momento. Sento le urla riempirmi la testa e la stanchezza che avanza non mi sta aiutando.

Prima riflettevo riguardo uno dei motivi per cui stavo piangendo e ho trovato la risposta: l’assenza di legami. Se fosse successo qualcosa, di miei parenti da contattare non ce ne sarebbero stati e ho realizzato completamente in quel momento che cosa significhi esser soli, apolidi e senza passato famigliare. Lo so, legalmente ho dei genitori e delle sorelle. Forse le mie due nipoti grandi soffrirebbero e anche ora che leggono (perché so che ci sono) mi direbbero di togliere quel “forse”, ma poi? Sentirsi soli davanti anche alla morte. Soli nel senso famigliare. Nel DNA.Ed è lì che si sente la famiglia scelta, gli amici, i legami veri.

Mi sono resa conto che si trattava di un pianto “doppio”. Dolore per quella solitudine legata al passato e gioia per quella della mia vita di oggi, gli amici. Ieri, mentre ancora era tutto in blocco, ho avuto un solo pensiero: avvisare la mia amica Letizia. Parlare a lei, chiedere aiuto e sostegno. Lei c’è sempre ed è stata presente anche se lontana km da noi. Ecco il pianto liberatorio, quello che ti fa sentire anche importante e che ti lega a una persona che è entrata nella tua vita per caso e che si è radicata immensamente. In questi momenti che, almeno per me, sono difficili nasce una sofferenza che non ti aspetti e anche un’analisi sui legami veri che ti porta a capire quanto essi siano fondamentali e importanti.

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17 aprile 2022

 

È Pasqua ed io già alle 4.30 macinavo in palestra. Ieri sera abbiamo chiamato Fede, un nostro caro amico, e abbiamo parlato dell’incidente.

Credo ci abbia fatto bene. Viverlo in “solitaria”, solo tra noi tre, cercare d’affrontare senza poter capire in fondo l’immensa fortuna di esser vivi, non era abbastanza, non era un’azione totalmente lucida. Era un continuo pensare e ripensare. Con Fede siamo riusciti ad osservare forse con più distanza e respirare di nuovo un senso di vita.

Può sembrare stupido, forse ignorante, ma non è stato facile immaginare la vita che finisce in un secondo, continuare a sentire nella mente le urla proprie e di chi ami mentre i freni delle vetture adiacenti stridono e ti vedi il guard rail avvicinarsi.

Proprio parlando con il nostro amico ci siamo ricordati di questo particolare… per uscire dall’automobile io non riuscivo ad aprile la portiera del tutto proprio perché contro al guard rail della corsia d’emergenza.

Attimi eterni che fatico ancora ad elaborare. Quella sensazione che tutto potesse finire, quella certezza di morire e i pensieri su Carlotta.

Sono scesa in spiaggia presto, libro alla mano, a riva. Ascoltavo il mare… sentivo un venticello accarezzarmi, una bambina giocava già nell’acqua calda mentre i pesci nuotavano tra le gambe… vita. Siamo vivi. Forse diamo troppo per scontata questa immensa opportunità che è la vita e la sua caratteristica intrinseca.

Non ho ancora elaborato l’incidente. Il mio psicologo avrà del lavoro da fare, ne sono certa, ma oggi ho un tassello di serenità in più… siamo vivi, stiamo bene e riusciremo ad elaborare anche questo.

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22 aprile 2022

 

Sono passati giorni dall’incidente. Oggi è l’ultimo giorno qui a Dubai. Ieri sono stata nel deserto. Ho affrontato la paura di ritrovarmi in auto con uno sconosciuto che viaggiava tra le dune.

Non nego che all’inizio ho avuto paura, ma credo sia normale.

Ogni giorno penso all’incidente. Anche solo per cinque secondi.

Piano piano sto cercando di metabolizzare l’accaduto pensando che siamo stati fortunati, che potevamo davvero morire.

Ma ieri, quando ho visto mia figlia che mi teneva perennemente la mano perché aveva paura che riaccadesse, mi sono sentita ancora in colpa e mi sono chiesta perché la gente non rispetta le regole stradali. Mi è venuto in mente un libro di Antonio Savoldi che ho letto di recente e penso anche ai giovani neopatentati che non capiscono fino in fondo cosa significhi stare attenti alla guida.

Lo so, non si può vivere con la paura, me lo dico sempre, ma sono conscia che a volte è incontrollata.

Personalmente, non vedo l’ora che sia lunedì per poter affrontare la questione con il mio psicologo perché non voglio farmi dominare dai sensi di colpa e dalla paura.

Già mi porto dietro quella dei camion perché, quando ero all’ottavo mese di gravidanza, mentre guidavo in tangenziale un camion si è immesso e ha perso un tronco di legno che stava finendo proprio contro di me. Ho rallentato d’istinto e quel “pezzo volante” ha sfiorato il muso della mia vettura per poi passarci sotto (santo suv) ma, da quel momento, ogni volta che sono alla guida e sorpasso un qualsiasi mezzo pesante, m’irrigidisco.

Forse è anche per questo che l’incidente avvenuto qui a Dubai ha avuto tanta presa su di me, non posso esserne certa; fatto sta che voglio superare tutto quanto.

Ps: A volte mi chiedo se questo scritto vi possa interessare davvero; forse serve semplicemente a me come sfogo, come auto-liberazione, ma spero che possa lasciare almeno il messaggio riguardante la sicurezza alla guida e il valore della vita.

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23 aprile 2022

 

Sono in volo, sto tornando in Italia, sono a metri e metri da terra, eppure mi sento più serena. Anche durante il transfert verso l’aeroporto ero agitata. Avevo paura che l’autista sbagliasse, corresse troppo.

Ho iniziato a respirare liberamente solo scesa dalla vettura. Che dire? E poi dicono che la psiche non ci condiziona. Sto tornando in Italia e ho paura che questa esperienza si estenderà anche lì e questo mi turba.

Vi tengo aggiornati.

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23 aprile 2022

 

Tre anni fa andai in Grecia con la mia famiglia. Dovevamo partire da Malpensa. Erano i primi giorni di agosto. L’aeroporto era pieno, affollato, direi saturo di persone. Il volo doveva condurci a Rodi e partire verso le ore 16.00

Appena effettuato il check-in ci informarono che ci sarebbe stato un ritardo. Un piccolo ritardo.

Beh… Alitalia (noi dovevamo volare con Neos) prestò la lounge che ci “fece compagnia” fino alle ore 22 circa. La sala, gremita all’inverosimile, se ricordo bene era vicino al gate 1 e, quando comparse il nostro imbarco, scoprimmo di doverci recare al 53, di sera, con immensi ritardi e tantissime persone.

Ci avviammo e ci mettemmo in coda.

La folla era arrabbiata, indispettita e nessuno ci diceva nulla; il personale al desk non rispondeva alle infinite domande ma si scusava solamente.

Alle 23.30 circa ci portano davanti all’aeronave e scopriamo che non si trattava di un aereo della compagnia Neos ma “subappaltato” a una compagnia spagnola.

Saliamo e scopriamo che i posti non sono quelli affibbiati e noi, che avevamo chiesto e pagato dei posti larghi e nelle prime file, finiamo al centro, su dei sedili rotti, senza tavolini e con davanti degli screanzati che si distesero senza problemi e si lamentarono pure alla nostra richiesta di alzare il sedile che era contro Carlotta.

Il pavimento era lercio, con pezzi di pane e altra immondizia, gli schermi non funzionavano, i sedili erano rotti e il personale si rifiutava di uscire lungo i corridoi.

Però non vi sto scrivendo questo per lamentarmi del viaggio, ma per creare l’ambientazione per farvi capire com’era iniziato tutto.

Comunque, partiamo. Per dare potenza al velivolo si spengono totalmente tutte le luci, pure quelle che indicano le uscite d’emergenza.

Prendiamo quota ed inizia il viaggio. Stiamo volando da circa trenta minuti quando si spengono tutte le luci e l’aereo inizia a precipitare… avete presente le scene dei film? La gente che urla, l’aereo che cade “dritto”, le mascherine che scendono, gli sguardi di terrore? Ecco… è successo proprio così. I minuti, credo pochissimi, sono parsi ore. Io e Michele ci siamo guardati per dirci “addio” perché non c’era nulla che potevamo dire o fare.

All’improvviso, l’aereo ha ripreso potenza ed è tornato in posizione riprendendo la tratta.

Nessuno ha fiatato, nessuno sapeva cosa dire. Le luci si riaccesero e rimanemmo per circa 4 ore a guardare l’orologio sperando di arrivare presto a destinazione. Il personale di bordo era reticente e usciva a controllare solo se sollecitato.

Eravamo impauriti. Spaventati. Ansiosi.

E, al momento dell’atterraggio, ancora più angosciati.

Il pilota frenò bruscamente e l’aereo si piegò di lato. Fu un susseguirsi di sensazioni dolore e di piena paura.

Scendere da quel velivolo è stata una liberazione. Un ritrovare fiato.

E perché vi scrivo questo ora?

Perché sono in volo e ci sono delle leggere turbolenze. Nulla di che, obiettivamente. Eppure, appena è comparso il segnale che avvisa di allacciare le cinture, la mia mente è tornata a quell’agosto 2019 e l’angoscia si è ripresentata.

Ora potrei toglierle, potrei muovermi ancora, non ci sono turbolenze, ma manca il fiato a volte. La mente torna a quel volo, all’incidente di Dubai, a tutto quello che poteva andare storto.

Lo so, sono la solita pessimista. Ma, che ci posso fare?

Prometto che scriverò la conclusione appena atterro, quindi non smettete di leggere.

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24 aprile 2022

 

Sono in palestra. Sto facendo cyclette e sono le 5 del mattino. Com’è finito il volo?

Siamo atterrati. Ci sono state altre turbolenze dopo che avevo scritto le righe precedenti.

Ho avuto paura. Lo ammetto. Non tanta. Ma c’era.

Siamo frutto del nostro vissuto e i ricordi ci dominano più di quanto pensiamo.

È strano. È un po’ destabilizzante trovarsi ad affrontare paure che non “ricordavi” ti avessero segnato tanto. Ti rendi effettivamente conto del dolore provato e sale un senso d’angoscia forte, potente.

Guardi chi ami e pensi che tutto poteva finire. Che la loro vita era in pericolo.

Ti senti anche un pochino in colpa… tu, adulta, hai scelto di fare quel determinato viaggio e non tua figlia.

Adesso che ho i piedi per terra sono più serena ma non ha senso rimandare l’affronto delle proprie paure e io voglio superarle.

Credo di aver terminato. Di avervi raccontato di getto praticamente tutto. Voi cosa pensate? Sono esagerata? Avete vissuto qualcosa di simile, se non peggiore?

Vi va di confrontarci?

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24 aprile 2022

 

Sono le 8.45, sono nel letto, ho riletto quello che ho scritto e mi chiedo davvero se sto facendo bene a pubblicarlo. Si tratta della mia vita, delle mie emozioni, delle mie sensazioni. Mi chiedo come possano interessare a voi lettori.

Da sempre condivido con voi estratti della mia vita. Cerco di esser realista e sincera, non nascondo i miei dolori e le mie difficoltà. A volte mi chiedo cosa arrivi. Se dovrei smettere di narrarvi i miei episodi di vita.

E, mentre scrivo di getto queste righe, penso ai social. A come molti credano che la vita sia tutta quella che condividiamo sui media. A come, ne sono certa, nessuno di voi abbia percepito che durante la vacanza io avessi pensieri, problemi, tensioni.

Ci fermiamo ad osservare la vita da uno schermo e sentenziamo.

Ho volutamente tacere fino ad ora. È stata una scelta personale non narrare cosa fosse successo perché non aveva senso spaventare mia suocera o altre persone. La vacanza era appena iniziata e non è facile sapere che coloro a cui vuoi bene sono in un continente lontano, differente e possano farsi male.

E forse ogni sorriso che avete potuto vedere, ogni delicato momento, ha avuto un valore ancora maggiore per noi perché sapevamo cos’avevamo rischiato.

Carlotta è sotto la doccia…canta “volevo un gatto nero…” e so che lo vuole davvero, quindi sorrido e respiro. La mia vita ha un grande valore, ogni vita ne ha, e non smetterò mai d’affrontarla e amarla.

Che dire? La vacanza è finita. E’ ora di tornare alla quotidianità e di rimontare in sella alla vita affrontando le paure.

Grazie di esser rimasti con me e di aver dedicato il vostro tempo a questa specie di diario.

Un abbraccio, E.

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