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Recensione di: L’anniversario 

  • Autore: Andrea Bajani

Cari lettori, ieri mi trovavo a camminare tra le vie di Udine. Avevo già terminato due libri di poesie e avevo un romanzo sul comodino, ma il titolo di questo libro che troneggiava in vetrina, mi ha catturata. Ho letto la trama e ho capito che doveva essere mio. 

Trama:

Si possono abbandonare il proprio padre e la propria madre? Si può sbattere la porta, scendere le scale e decidere che non li si vedrà più? Mettere in discussione l’origine, sfuggire alla sua stretta? Dopo dieci anni sottratti al logoramento di una violenza sottile e pervasiva tra le mura di casa, finalmente un figlio può voltarsi e narrare la sua disgraziata famiglia e il tabù di questa censura “con la forza brutale del romanzo”. E celebrare così un lacerante anniversario: senza accusare e senza salvare, con una voce “scandalosamente calma”, come scrive Emmanuel Carrère a rimarcarne la potenza implacabile. Il racconto che ne deriva è il ritratto struggente e lucidissimo di una donna a perdere, che ha rinunciato a tutto pur di essere qualcosa agli occhi del marito, mentre lui tiene lei e i figli dentro un regime in cui possesso e richiesta d’amore sono i lacci di un unico nodo. L’isolamento stagno a cui li costringe viene infranto a tratti dagli squilli di un apparecchio telefonico mal tollerato, da qualche sporadico compagno di scuola, da un’amica della madre che viene presto bandita. In questo microcosmo concentrazionario, a poco a poco si innesta nel figlio, e nei lettori, un desiderio insopprimibile di rinascita – essere sé stessi, vivere la propria vita, aprirsi agli altri senza il terrore delle ritorsioni. Con la certezza che, per mettersi in salvo, da lì niente può essere salvato. L’anniversario è prima di tutto un romanzo di liberazione, che scardina e smaschera il totalitarismo della famiglia. Ci ferisce con la sua onestà, ci disarma con il suo candore, ci mette a nudo con la sua verità. È lo schiaffo ricevuto appena nati: grazie a quel dolore respiriamo. Dieci anni fa, quel giorno, ho visto i miei genitori per l’ultima volta. Da allora ho cambiato numero di telefono, casa, continente, ho tirato su un muro inespugnabile, ho messo un oceano di mezzo. Sono stati i dieci anni migliori della mia vita.

Si possono abbandonare i propri genitori? 

Si ma, per me é sbagliato il verbo. 

Abbandonare significa, nella mia interpretazione, lasciare ingiustamente una persona, un animale, un progetto lavorativo. 

Nel caso narrato, come in tanti altri vissuti, credo sia più corretto ritenere di aver semplicemente allontanati da delle persone. 

A questo si aggiunge il fatto che non tutti i genitori sanno adempiere a questo ruolo ne sono degni di questo valore, legame, onore e onere. 

Spesso, purtroppo, leggiamo sulla cronaca di violenze domestiche. Fisiche e psicologiche. Atti che venivano legittimati, tollerati troppo spesso anni fa ma che ancora oggi sono taciuti, silenziati… sia verso minori, sia verso la donna, sia verso adulti perché, proprio come narra una parte di questa storia, non c’è età o sesso che rendano immuni a questi orrori. 

Dentro alle mura di una casa nessuno sa cosa succede. Si dice che non esiste la famiglia del Mulino Bianco. Io ritengo che purtroppo siano troppe le realtà dove la violenza prolifera sotto varie forme. Ci sono le violenze fisiche, le violenze verbali, gli annullamenti delle persone, gli isolamenti, i silenzi. 

L’autore, con delicatezza e contemporaneamente con forza, attraverso il suo vissuto apre le porte a un mondo spesso percepito distante, raro, lontano dal possibile. Invece, può accadere proprio di fianco a noi o a noi stessi. 

Lungo queste pagine si affronta l’isolamento della donna, la violenza e la solitudine che vive, ma anche la violenza verso i figli, la mancanza di tutela, di difesa. 

In parallelo, la difficoltà a staccarsi da questa situazione infelice, dolorosa. Quel dovere di rimanere attaccati ai genitori, di doverci essere e di dover perdonare per via del loro ruolo. 

Ci vuole forza, coraggio e tanto amore per se stessi per arrivare alla scelta di lasciare questo cordone. Io lo so bene perché, proprio come il protagonista, ho deciso di prendere la sua stessa decisione. 

Scelta continuamente criticata e additata da molti… sentenze e giudizi non richiesti. 

Seppur per un vissuto differente, io e l’autore abbiamo preso la stessa strada e, senza saperlo, mi sono ritrovata nelle sue emozioni, nelle sue stesse considerazioni. 

“L’anniversario” é una storia reale e realistica. É la narrazione di più vite e di come sia difficile arrivare a determinate prese di coscienza e decisioni importanti. Si tratta di vita e di diritti. 

Vi invito a scoprire questa storia e riflettere veramente riguardo a questo argomento forte e di grande spessore. 

Alla prossima recensione, la vostra Ele

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Recensione di “Predatori”

Cari lettori, mentre scrivo sono le undici di sera e ho da poco terminato un libro che attendevo trepidamente di leggere e che ho divorato in poche ore rimanendo perennemente incollata alle pagine.

Trama:

Ci sono stati anni, in America, in cui il male sembrava annidarsi ovunque. Nei parcheggi bui, ai lati delle strade, nelle case più insospettabili. L’FBI l’ha definita «l’epidemia», l’età dell’oro dei serial killer, che tra gli anni Sessanta e Novanta furono quasi duemila. Uccidevano in silenzio, con metodo, con fantasia e, spesso, con una faccia rassicurante. «Siamo i vostri figli, siamo i vostri mariti, siamo dappertutto» ha detto Ted Bundy, uno dei più famosi. E aveva ragione. Con la sua prosa intensa e incalzante, Stefano Nazzi ripercorre quei decenni bui, portandoci nelle menti di alcuni dei più spaventosi serial killer americani. Come John Wayne Gacy, che vestiva da clown alle feste per bambini e seppelliva adolescenti sotto casa. Edmund Kemper, il gigante gentile che discuteva con gli agenti di Shakespeare e poi tornava a sezionare cadaveri. David Berkowitz, il Figlio di Sam, che diceva di agire per ordine di un labrador posseduto dal demonio. E ancora, Dennis Rader, padre di famiglia e tecnico della sicurezza, che si firmava BTK – «Bind, Torture, Kill» – e Aileen Wuornos, che sosteneva di uccidere per difendersi, ma lo fece sei volte, a sangue freddo. E come Ted Bundy, colto, brillante, magnetico, «un tipico ragazzo americano che uccide tipiche ragazze americane». Accanto a loro, ci sono le storie delle donne e degli uomini che li hanno inseguiti, studiati, catalogati. Negli scantinati di Quantico, due agenti dell’FBI, Robert Ressler e John Douglas, iniziarono ad analizzare i profili degli assassini seriali e poi a parlare con loro. Insieme alla psicologa Ann Burgess, visitarono le carceri di massima sicurezza e intervistarono trentasei serial killer. Da quelle conversazioni nacque il profiling, l’idea che dietro l’apparente caos ci fosse un metodo e che dunque si potessero prevedere azioni imprevedibili. Fu Ressler a coniare il termine «serial killer», Douglas ne tracciò le prime tipologie. Cercarono schemi, modelli, ricorrenze. Furono i primi mindhunters, i cacciatori della mente. Questo libro è il racconto di quell’epoca. Un viaggio dentro la mente dei più spietati predatori americani e di chi ha provato a fermarli.

Da molti anni seguo Stefano Nazzi leggendo i suoi libri, ascoltando i suoi podcast e partecipando ai suoi spettacoli in teatro. 

Amo la sua capacità narrativa e giornalistica. 

Amo gli argomenti tosti e pesanti che tratta.

Attendevo con ansia l’uscita del suo nuovo libro e andrò a Milano al firmacopie che si terrà la settimana prossima.

In “Predatori” narra alcuni dei più grandi serial killer che hanno caratterizzato e messo in agitazione l’America. Molti di essi prima ancora che io nascessi ma che, grazie a film, libri, articoli, documentari e simili, ho potuto conoscere, seppur limitatamente.

Grazie alla grande capacità e lucidità narrativa di Nazzi, oltre che alle infinite informazioni che si procura prima di trattare un argomento, il lettore può venire a conoscenza di aspetti, dettagli, minuzie che riguardano la vita e le uccisioni perpetuate da             questi assassini.

Gli aspetti psicologici, le peculiarità, le sfaccettature che, forse complici gli anni passati, non vengono spesso alla luce.

Per chi, come me, ama la cronaca nera e questo mondo considerato tetro e ai margini della società, leggere “Predatori” (per altro titolo super azzeccato) significa porsi domande, riflettere, considerare anche come siano cambiati i tempi, i mezzi, la società stessa.


Attraverso i vari protagonisti si scopre un mondo spesso ancora oggi taciuto dove vengono mitigate, sminuite, non considerate tutte le conseguenze delle violenze e delle problematiche presenti in alcune famiglie. Vige ancora quel silenzio tombale riguardo a quel mondo malato e deleterio senza considerare quanto una violenza sia caratterizzante e segni creando dei veri e propri predatori.

Enfasi, onestà, schiettezza, realismo, storia, cultura, psicologia… dentro a “Predatori” si trova tutto questo condito da una narrazione intensa e sciolta.

A mio modesto parere, si può intendere questo libro come un breve saggio criminale che da un’infarinatura verso il mondo dei serial killer e io non vedo l’ora di scoprire cos’altro riserverà questo autore che continuo ad amare sempre più.

Alla prossima recensione, la vostra Ele

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Recensione di “La stazione”

Caro lettore, buon pomeriggio.

Eccomi qui, comodamente rilassata e appagata da una stupenda lettura.

Avevo acquistato “La stazione” in occasione di una fiera del libro; il tutto dopo aver ascoltato l’autore intervistato durante un evento della stessa.

Mi intrigava la storia lavorativa dello scrittore, la mole del libro sapendo che era il suo primo romanzo…

Trama:

Milano, aprile 2003. Riccardo Mezzanotte, un giovane ispettore dal passato burrascoso, ha appena preso servizio nella Sezione di Polizia ferroviaria della Stazione Centrale. Insofferente a gerarchie e regolamenti e con un’innata propensione a ficcarsi nei guai, comincia a indagare su un caso che non sembra interessare a nessun altro: qualcuno sta disseminando in giro per la stazione dei cadaveri di animali orrendamente mutilati. Intuisce ben presto che c’è sotto più di quanto appaia, ma individuare il responsabile si rivela un’impresa tutt’altro che facile. Laura Cordero ha vent’anni, è bella e ricca, e nasconde un segreto. In lei c’è qualcosa che la rende diversa dagli altri. È abituata a chiamarlo “il dono” ma lo considera piuttosto una maledizione, e sa da sempre di non poterne parlare con anima viva. Ha iniziato da poco a fare volontariato in un centro di assistenza per gli emarginati che frequentano la Centrale, e anche lei è in cerca di qualcuno: due bambini che ha visto più volte aggirarsi nei dintorni la sera, soli e abbandonati. Nel corso delle rispettive ricerche le loro strade si incrociano. Non sanno ancora che i due misteri con cui sono alle prese confluiscono in un mistero più grande, né possono immaginare quanto sia oscuro e pericoloso. Su tutto domina la mole immensa della stazione, possente come una fortezza, solenne come un mausoleo, enigmatica come una piramide egizia. Quanti segreti aleggiano nei suoi sfarzosi saloni, nelle pieghe dolorose della sua Storia, ma soprattutto nei suoi labirintici sotterranei, in gran parte dismessi, dove nemmeno la polizia di norma osa avventurarsi? Per svelarli, Mezzanotte dovrà calarsi nelle viscere buie e maleodoranti della Centrale, mettendo a rischio tutto ciò che ha faticosamente conquistato. Al suo ritorno in superficie, non gli sarà più possibile guardare il mondo con gli stessi occhi e capirà che il peggio deve ancora venire.

Mi ricordo la prima volta che andai in stazione a Milano, mi affascinò terribilmente. Non sapevo tutta la storia, ma buona parte di essa. Ricordo anche i brividi che provai quando andai a visitare i binari da dove venivano deportati gli ebrei. Emozioni davvero forti di vita reale che tutti noi dovremmo conoscere e continuare a ricordare e a dar valore. 

Mentre mi addentravo nelle prime pagine di questo romanzo, speravo che l’autore toccasse questo argomento, che gli desse la giusta giustizia e importanza.

Riscontrare, dopo alcune pagine, che questo evento storico diventava parte del fulcro della storia, mi ha fatto amare ancora di più tutto quello che stavo leggendo.

Mi sono subito innamorata di Laura, della delicatezza della sua personalità che poi sfociava in ben altro. In Riccardo mi sono trovata affine e questo grazie alla grande abilità che l’autore ha avuto nel descrivere e trasmettere emozioni e vissuti del protagonista (ma anche di molti altri personaggi come Schizzo, Generale e… lascio a voi scoprirlo).

Ciò che mi ha catturata è la complessità della trama. Non comune. Non banale. Coinvolgente e sorprendente. 

Si tratta di un romanzo ricco di avvenimenti, di fili da seguire, di intrecci. Tutto questo con grande capacità narrativa e coinvolgendo il lettore in ogni fase, nei vari punti di vista e negli avvenimenti.

Oltre alle deportazioni, alla storia della stazione, ai culti religiosi, all’amore, alla malvagità e alla morte, De Michelis parla di degrado, di vite spesso accantonate, annullate, dimenticate. L’autore ne dà valore, da risalto a questa parte della società che spesso viene driblata. 

Si tratta di capitoli lunghi, ma ben delineati e con delle “pause” che permettono sia di riflettere che di prendere fiato. Si, una leggera fermata perché, fidatevi, non vorrete che proseguire la lettura per capire cos’accadrà ai personaggi.

Il risultato, a mio modesto giudizio, è di aver avuto il piacere di leggere un romanzo non comune. 

Banalità e semplicità non fanno parte di queste quasi 900 pagine. 

Un libro colto, intrigante, maturo e coinvolgente come ultimamente ne trovo pochi; il tutto condito da messaggi, storia, emozioni e riflessioni che toccano nel profondo.

Mi mancava leggere un libro di così grande spessore. 

Ora tocca a voi entrare nelle stanze cupe della stazione di Milano.

Alla prossima recensione, la vostra Ele

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Recensione di “Grate alle finestre”

Cari lettori… l’anima.

Quest’astratta vagabonda che caratterizza ogni essere vivente ma che non è tangibile, descrivibile, etichettabile.

L’anima è fulcro di ogni individuo e ci caratterizza.

Questo giovane autore, a mio modesto avviso, ha un’anima malinconica, triste, inquieta, frenata o, addirittura, imbrigliata dentro alle emozioni che (forse) in alcuni casi sono inconsce.

Nei testi di Sambiase trovo ferite, dolori, paure, fragilità. Trovo un’anima in balia del temporale in mare. Vi leggo un bisogno viscerale di mettere su carta l’emozioni più intense e, solo così, riuscire a “incasellarle” dentro se stesso, trovare il proprio porto dove ormeggiare e cercare un velo maggiore di serenità.

Nei testi di questa raccolta trovo profondità, capacità di guardarsi dentro (che è un piccolo grande passo personale e non comune) e di condividere con gli sconosciuti stati d’animo non facili, molto delicati e intimi.

Ci trovo l’essenza della fragilità umana e della vita. Questo si enfatizza mentalmente molto se si pensa che l’autore è giovane e con molto ancora da vivere e di cui scrivere.

Personalmente ritengo che si tratti di una poesia non facile perché molto intima e non tutti i lettori sono pronti ad entrare in uno stato d’animo così potente o non riescono ad affrontare che, probabilmente, si possono ritrovare in alcune liriche.

Sono poesie sciolte, sincere. L’autore non si nasconde, non cela ciò che sente; forse chiede anche aiuto o comprensione.

Ciò che sicuramente trasmette è emozione e, personalmente, mi fa sentire meno sola, meno sbagliata, meno diversa dal mondo. 

Attraverso i suoi testi, mi sono sentita capita, il tutto con trasporto.

L’unica pecca è la copertina perché non si “fonde” bene con le poesie che poi si trovano all’interno mentre il titolo lo trovo calzante.

Ognuno di noi ha le sue grate alle finestre, sta a noi scegliere come guardare attraverso.

Alla prossima recensione, la vostra Ele

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Recensione di “Corpo di figlia”

Cari lettori, mi trovo ad avere tra le mani una raccolta poetica appena uscita.

L’ho ricevuta oggi stesso e mi sono subito addentrata tra le pagine ricche di poesia.

Il primo aspetto che mi ha colpita è stata la copertina che crea un presupposto, un filo conduttore implicito che anticipa marginalmente il contenuto della raccolta.

La seconda peculiarità è stata mentale. Mi sono ritrovata subito nei testi dell’autrice e, dove non “condividevo” il vissuto, è riuscita lo stesso a trasmettermi le sue emozioni e la forza dei suoi versi.

Si mette a nudo fin dal principio o esprime visceralmente i sentimenti anche ove la tematica è sociale, impervia direi. Innocenzi riesce a dipingere vissuti, pensieri, sensazioni e genera tensione, lacrima a volte, riflessione e domande forse filosofiche.

Questo decantare tratta delle tematiche di alto spessore, delicate quanto forti e possenti.

Ciò che ho trovato è delicatezza fusa ad una forza espressiva non banale; una poetica tagliente ma con una raffinatezza come il velluto.

Si parla di rapporti emotivi come quelli famigliari, ma anche personali, individuali e tematici come l’esser donna. 

“Corpo di figlia” concentra forza, fragilità, paura e vita; il tutto con liriche precise, sciolte e profonde.

Leggere questo libro mi ha permesso di abbracciare virtualmente l’autrice, ma anche me stessa e riflettere molto più profondamente su aspetti e vissuti che, se non direttamente vissuti da me, possono riguardare ognuno di noi.

A te lettore la possibilità di scoprire che figli* sei.

Alla prossima recensione, la vostra Ele