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Tra relax, vino e cultura nel Monferrato astigiano: benvenuti da Tenuta Santa Caterina

Dolci curve accompagnano l’arrivo nel Monferrato astigiano. Paesi, campi e tanta natura mi circondano. La meta è una tenuta ubicata a Grazzano Badoglio, paese che, a mio modesto parere, esprime totalmente l’appartenenza al Monferrato e il motivo è custodito all’interno della sua chiesa parrocchiale, un tempo Abbazia Benedettina (di cui ho scritto qualche riga più giù).

Arrivo a Tenuta Santa Caterina, luogo che affonda le sue radici nel Medioevo come sistema difensivo e fortino.

Il nome di questo luogo, che ora è una cantina vinicola con relais, rende omaggio a Santa Caterina d’Alessandria. Figura molto sentita sul territorio e di cui vi è un affresco stupendo su una parete sovrastante la cantina storica.

Fu nel 1737, con i fratelli Plebano, che venne convertita in un palazzo signorile con scuderie, giardini all’italiana e spazi per i lavoranti rendendola un’azienda agraria e vitivinicola. 

Pensate che all’interno delle cantine storiche, dove ancora oggi riposano i vini dell’azienda, si può ammirare anche un infernòt profondo fino a 17 metri, oggi riconosciuto patrimonio dell’umanità UNESCO, utilizzato storicamente come dispensa fresca per il vino e gli alimenti. Ma andiamo in ordine…

Negli anni passati questo luogo ha vissuto uno stato di abbandono fino a quando è stato acquisito da Guido Alleva, intorno ai primi anni Duemila. Egli, basandosi su vecchie foto e informazioni, affidandosi ad artigiani locali, ha ridato vita agli edifici, ai giardini e alla cantina ipogea.

Oltre alla cantina visitabile e dove poter degustare i vini di loro produzione (di cui parlo su Vinodabere), si può soggiornare presso il romantico e caratteristico relais inglobato in una zona della struttura.

Gli spazi comuni della zona ricettiva sono delicati e raffinati tanto da far innamorare al primo sguardo. Le camere sono curate in ogni dettaglio, accoglienti ed eleganti. Il sonno arriva leggero e, ammetto, io ho dormito con la finestra leggermente aperta godendo del silenzio che mi circondava e svegliandomi con un’alba magnifica con vista sui vigneti.

Tra le proposte, mi sono fatta accompagnare in una passeggiata nei giardini all’italiana e nel magnifico parco che ospita varie piante da frutto, sempre verdi, aromantiche, un orto, un laghetto e anche delle arnie. Una camminata dove rigenerarsi e riconnettersi con la natura nel silenzio del luogo.

Un’altra esperienza riguarda proprio l’Abbazia del paese. Infatti, la famiglia Alleva organizza una visita guidata a questo luogo simbolo del territorio. Pochi passi a piedi e si arriva a destinazione. Appena varcato l’uscio del chiostro, la vista si ferma sul panorama di fronte e lo stupore si espande. Un magnifico angolo di quiete tra melograni, ulivo e agrumi con apertura verso la valle sottostante.

Fu fondata dal Marchese Aleramo I del Monferrato nell’anno 961. Egli fu un vero e proprio personaggio leggendario a cui si affida anche la nomea di fondatore del Monferrato.

Di lui si narra…

Nato a Sezzadio, lungo la strada verso Roma, durante un pellegrinaggio dei nobili genitori di origine germanica, Aleramo venne abbandonato e affidato alle cure di una balia. Cresciuto come nobile scudiero partì per sostenere l’imperatore Ottone I, sceso in Italia a metà del ‘900. Dove incontrò e si innamorò di Adelasia, figlia di Ottone. Consapevoli dell’impossibilità di poter vivere serenamente e pubblicamente il loro amore, fuggirono insieme, ma il loro idillio si interruppe quando Ottone I ebbe nuovamente bisogno di rinforzi. Aleramo tornò in battaglia, dimostrando grande abilità e coraggio. Colpito da queste sue doti, Ottone, volle incontrare il valoroso cavaliere. Scoperta la sua identità, l’imperatore lo accolse e si convinse ad accettare la sua unione con la figlia Adelasia. In segno di riconoscenza concesse ad Aleramo il titolo di Marchese e lo premiò con la promessa di concedergli in dono tutte le terre che sarebbe riuscito a circoscrivere nell’arco di tre giorni. Aleramo cavalcò instancabilmente per tre giorni e tre notti. Il secondo giorno, il suo cavallo perse un ferro e dovette ripararlo come poteva: con un mattone (“Mun”), riuscì a rimettere al suo posto il ferro (“Frha”) e diventò così Marchese del Monferrato.

Le sue spoglie riposano nell’abbazia da lui fondata, in una cappella sul lato destro della chiesa, sorvegliate da un affresco attribuito a Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo, un mosaico a tessere bianche e nere e una lapide.

E come mai Tenuta Santa Caterina è così legata all’Abbazia del paese? Dovete sapere che esisteva un corridoio che collegata le due realtà in modo che se fossero avvistati dei nemici, si sarebbe potuto andare a dare l’allarme senza rischiare la vita. Non concordate con me che tutto questo ha un fascino immenso e profondo?

Insomma, si è trattato di un viaggio enoturistico all’insegna del rigenerarsi in un relais unico – oserei definirlo un vero gioiellino -, bevendo degli ottimi vini (CLICCA QUI per scoprire l’esperienza di degustazione) e scoprendo estratti di storia e cultura.

Cosa volere di più?

Beh… direi sicuramente un altro calice di Monferace o di Freisa di Tenuta Santa Caterina!