Ricordo quando, ancora ragazzina, iniziai ad avvicinarmi al vero mondo dell’alta ristorazione. Da donna, volli subito conoscere meglio una delle sue icone: Nadia Santini. Mi innamorai di tutto ciò che leggevo su di lei: la sua storia, la sua cultura, la sua filosofia, la sua passione e, soprattutto, il suo cuore.
Ricordo la prima volta che varcai la porta di Dal Pescatore. Era come una bambina nel giorno di Natale. Per me significava entrare in un tempio della gastronomia e avere finalmente l’occasione di assaggiare i piatti della prima chef donna al mondo ad aver conquistato le tre stelle Michelin.
Ma non fu soltanto questo. Fu molto, molto di più. E da quella prima visita ne sono seguite tante altre. Ma andiamo con ordine.
Era una domenica di aprile. Allattavo, avevo un’allergia alimentare restrittiva e una bambina che stavo ancora svezzando. Arrivai con la «pappetta» che avevo preparato per Carlotta e con tanta, tantissima emozione, accompagnata da un pizzico di tensione per quella che sentivo come un’opportunità immensa.
Fu come entrare in casa di un amico, accolti da un sorriso sincero e da una cortesia davvero rara.
Ordinammo e, fin da subito, tutti si mostrarono disponibili a modificare i piatti che, purtroppo, in quel periodo non avrei potuto gustare appieno. Poi Nadia mi chiese se potesse occuparsi personalmente del pranzo di mia figlia. In quel momento mi tremò la voce: non ebbi nemmeno il coraggio di dirle che, per me, sarebbe stato un vero onore. Ancora oggi, ripensandoci, mi salgono le lacrime agli occhi.
Verso la fine del pranzo tornò al tavolo e si offrì di tenere lei per un po’ la bambina, così che potessi godermi il pasto con tranquillità. Non credo serva aggiungere altro per descrivere la gioia e la gratitudine che provai.
Non mancò nemmeno il momento dell’allattamento: la famiglia Santini aveva già pensato a tutto. Mi accolsero nella saletta adiacente all’ingresso, dove potei allattare serenamente e concedermi anche una tisana calda.
A tutto questo si aggiungevano, naturalmente, i loro piatti straordinari, che non mi hanno mai delusa e che ora mi posso gustare in toto.
Da quella prima esperienza si sono susseguite tante altre occasioni: pranzi con gli amici, ricorrenze speciali, compleanni e anniversari. Aperitivi sotto il portico, con Carlotta che scorrazzava in giardino e si fermava ad annusare le loro ortensie; un rosolio a fine pasto, tante candeline soffiate e innumerevoli ricordi custoditi tra quelle mura.
Tra tutti, ne conservo uno con particolare affetto: il mio ultimo compleanno trascorso lì.
Mia figlia ha sempre adorato uno degli elementi del benvenuto della cucina e, ogni volta, era difficile convincerla a rinunciare al bis. In quell’occasione Nadia mi invitò in cucina per insegnarmi, insieme a suo figlio, a preparare proprio quell’amuse-bouche, così da poterlo riproporre anche a casa.
Come se non bastasse, al termine del pranzo mi ritrovai tra le mani una fotografia scattata durante il servizio, con la torta del mio compleanno, firmata da tutti loro. Un gesto semplice, ma capace di trasformare un giorno speciale in un ricordo indelebile. Scatto che ho appeso gelosamente nel mio studio e che ha ancora più valore ora.
Nadia ha segnato la storia dell’alta ristorazione e il cui nome rimarrà negli annali della cucina. Una chef, una donna e, prima ancora, una persona rara. Capace di lasciare il segno non soltanto attraverso i propri piatti, ma soprattutto attraverso la sensibilità, l’umanità e quella straordinaria capacità di accogliere.
Il suo esempio ha saputo insegnare, ispirare, trasformare e contribuire a costruire percorsi professionali e umani.
Perché, in fondo, è proprio questo che rende davvero grande una persona: ciò che lascia negli altri, anche molto tempo dopo aver lasciato la stanza.

